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Corriere della Sera

Gusto da scalatori d’alta quota. La cantina della famiglia Moser … Le vette raggiunte da Carlo. Sotto gli occhi di papà Francesco, lo Sceriffo... “Lo Sceriffo? C’è sempre, e potrebbe spuntare in cantina da un momento all’altro: è fatto così, ti segue a ruota e non ti molla di un centimetro”. Lo sceriffo è Francesco Moser, il campione ciclistico degli anni ’70 e ’80. Lo chiamavano così in gruppo, quando correva, e così continuano a chiamarlo (ironicamente), figli e nipote: da Francesca a Carlo e Ignazio, fino a Matteo, l’enologo della famiglia. Parla a nome di tutti, Carlo, 34 anni, l’anima commerciale per studi ed esperienza dell’azienda Moser, di casa a borgo di Maso Villa Warth, e protagonista d’eccellenza del Trento doc, del quale l’erede e secondogenito di Moser è anche vicepresidente. “Che cos’è Trento doc? Un brand riconosciuto da un disciplinare di produzione e sottoscritto dalle cinquantuno case spumantistiche associate”, spiega Carlo, studi a Trento, laurea alla Bocconi di Milano e una esperienza di tre anni in Svizzera, alla Procter & Gamble. “Ma il richiamo del vino era troppo forte: così, dal 2011, eccomi qua”, ricorda colui che, alla bici, ha preferito la seconda (o prima?) passione di famiglia: la terra. “Una sola gara, a Merano, a 13 anni, mi ha fatto capire che il mio futuro sarebbe stato altro”. Futuro che oggi è diventato una produzione annua di 150 mila bottiglie. Tante o poche rispetto alle nove milioni di bottiglie di Trento doc? “Se parliamo di vini che, dal 1983, seguono le stesse regole dei quattro vitigni (Chardonnay, Pinot nero, Pinot bianco, Pinot meunier) e dei quindici mesi minimo di maturazione sui lieviti, direi che è un numero giusto: il nostro è un mondo di nicchia”. Lentezza, precisione e pazienza che non potranno mai diventare, quindi, seicento milioni di bottiglie di un Prosecco. “Certo. E meno male. Perché qui gli spumanti Trento doc vengono affinati per otto, nove, e anche dieci anni: durante le prossime feste, per esempio, stapperemo spumanti, andando a ritroso, dal 2014 in giù”. Vista la crescita a doppia cifra delle bollicine Trento doc, è un gran bel ritorno al futuro: non trova? “Direi di sì: negli Stati Uniti, per esempio, stiamo vivendo un ottimo momento, così come in Francia, la patria dello Champagne: una bella soddisfazione”. Ma anche una bella rivincita, se consideriamo che, proprio un francese, Bernard Hinault, strappò al nostro Francesco Moser il Giro d’Italia del 1985. Poca cosa, certo, rispetto a un record del mondo di velocità sull’ora stabilito a Città del Messico, esattamente un anno prima: “Il 51,151 è il nostro prodotto di punta, da trentasei mesi sui lieviti, ed è stato il primo spumante della cantina Moser, con i chilometri e i metri finali percorsi da mio padre, in quel magico momento, stampati sull’etichetta”. Trent’anni dopo è toccato al Rosé raccontare la terza generazione dei Moser in vigna, e, recentemente, al Brut Nature, destinato ad affinarsi per ben cinque anni. Come in una gara ciclistica, sembra quasi di vederle dall’alto le case spumantistiche associate all’Istituto Trento Doc, mentre eseguono un altro metodo classico, il ventaglio, per ripararsi dai venti di Prosecco e Champagne, puntando al Gran premio della bollicine di montagna. “Il Trento doc nasce da uve coltivate fino a un’altitudine di 900 metri: roba da veri scalatori”, racconta Carlo Moser, il quale, da piccolo, confessa, tifava per il ciclista spagnolo Miguel Indurain. Da non raccontarla allo “Sceriffo”: più passista che scalatore.

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