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Corriere della Sera

James, l’uomo da 22mila vini all’anno … Ex giornalista investigativo, il californiano Suckling è tra i critici più influenti del mondo. “Il futuro è in Cina. Le degustazioni? Spettacoli. Con i rossi muscolosi persi 20 anni”... Braccialetti d’argento e un grande anello con corona nera al mignolo destro, James Suckling ricorda l’attore Philip Seymour Hoffman (quello di Truman Capote). È una star mondiale del vino, il primo ad aver organizzato degustazioni che sembrano spettacoli. Nell’ultima, a Pechino, tra grandi schermi, musica e video, è stato applaudito da 1.500 fan paganti e imploranti per un selfie. Il socio (di minoranza) è un produttore di Hollywood. La base è a Hong Kong. È specialista in vini italiani, di cui è il più importante divulgatore in Asia. Il nome è un marchio, gestito da una società che produce eventi e un sito: 15 dipendenti che diffondono i suoi 22 mila assaggi l’anno. Il suo voto, soprattutto se supera i 95 punti, fa la differenza. L’ultima sfida, un ristorante ad Hong Kong. Cibo americano e coreano, 600 vini al bicchiere, altri 600 in lista. L’insegna? James Suckling Wine Central. “Abbiamo aperto da poco ed è già un successo”, assicura.
Come ha iniziato ad occuparsi di vino?
“Per caso. Ero un giornalista investigativo. Mi sentivo come quei cronisti dei film tra whisky, sigarette e nottate a scrivere. Iniziai a lavorare per un giornale locale nel Wisconsin. Vinsi parecchi premi. Il mio mito era Bob Woodward del Washington Post. Poi mi trasferii in California, dalla nonna. Cercai lavoro ovunque, a partire dal Los Angeles Times, nulla. Così risposi ad una inserzione. Cercavano un assistente editoriale per Wine Spectator, che era a San Diego, una piccola rivista da 800 copie. Il colloquio andò bene. Mi presero con loro. Era il 1981. Papà era un grande avvocato esperto di fisco. Mi aveva fatto conoscere i vini californiani e francesi”.
Quando ha iniziato ad occuparsi dell’Italia?
“Quasi subito. Conoscevo un grande importatore di vini italiani negli Stati Uniti, mi faceva assaggiare bottiglie interessanti. Così ho deciso di venire a vedere quelle cantine in Italia”.
E Wine Spectator, che non era ancora l’impero editoriale di oggi, l’ha inviata?
“Macché. Il direttore mi disse: se vuoi andare, vai. Ma paghi tu. Così ho chiamato la mamma e le ho chiesto mille dollari in prestito per il biglietto (poi ho restituito tutto, in 10 rate). Incontrai Felluga, Ceretto, Tasca D’Almerita, Antinori, Mastroberardino e altri. Era il giugno del 1983. Ho pensato: un giorno verrò ad abitare qui. L’Italia del vino era quella di oggi, solo agli albori. Trovai passione, gentilezza, grande cultura, bellezza, grandi vini, magari non perfetti ma con una potenzialità pazzesca. Quell’estate è iniziato il mio grande amore per l’Italia”.
Ha deciso di trasferirsi subito?
“Avevo chiesto di diventare il corrispondente europeo di Wine Spectator. Mi risposero come per il viaggio in Italia: vai, ma le spese le paghi tu”.
Dove?
“Prima a Parigi, nel 1985: vivevo alla grande grazie alla forza del dollaro sul franco. Due anni dopo a Londra. E infine in Toscana, nella tenuta del Borro. Ho puntato tutto sui vini italiani con l’annata 1997, grandissima (ho appena bevuto un Barolo di Chaira Boschis, ancora straordinario). Una stagione spartiacque, come lo è stata la 1982 per Robert Parker che puntò su Bordeaux”.
Poi ha lasciato Wine Spectator.
“Nel 2010, dopo 29 anni. Volevo qualcosa di mio. Ho iniziato con i video sui vignaioli. Non era un buon business. Il mio amico Mike D, rapper dei Beastie Boys, mi ha spiegato che gli incassi veri si fanno con i concerti, non con i brani su Internet. E ho capito che dovevo organizzare le grandi degustazioni nel mondo. Ora ne firmo 20 l’anno”.
Soprattutto in Asia?
“Lì c’è il futuro del vino. Cile, Australia e Bordeaux vendono in Cina già il 50 per cento della loro produzione. L’Italia è molto indietro, è una grande possibilità di sviluppo”.
Come assegna i voti a un vino?
“Se mi viene voglia di bere l’intero bicchiere il voto è 90. Se penso che berrei l’intera bottiglia, 95”.
E il 100?
“Un percorso emozionale. Cerco l’eleganza, lo stile classico. Il fattore più importante è la bevibilità”.
Ma voi americani avete premiato i vini muscolosi.
Non io, Parker. È vero, abbiamo perso 20 anni sui vini marmellatosi, legnosi, concentrati che non facevano capire da dove venissero. Ora siamo tornati ai vini degli anni 80”.
Hai mai prodotto vino?
“In Messico, due barriques. Era un Nebbiolo, dall’Italia. L’ho chiamato Sogno. Nell’etichetta ho scritto: non sarà un Barolo Voerzio o Conterno ma è il mio sogno. E siccome i sogni non si vendono, l’ho bevuto tutto con gli amici”.

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