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Corriere Della Sera

Storici ed eroici, una legge tutela i vini coraggiosi … Via al censimento, pronti 337 milioni. E sul mercato raddoppiano le vendite… Quei vini campani venivano dall’isola dei Ciclopi “che nulla piantano con le mani, né arano. Le viti producono vino dai grossi grappoli, e la pioggia di Zeus li rigonfia”. Soltanto i giganti con un occhio solo narrati da Omero riempivano le botti senza fatica. Ai comuni mortali lontani dalle pianure, far crescere i grappoli e trasformarli in liquido profumato costa mille fatiche. Per la prima volta, una legge tutela la loro opera. E stata approvata alla fine del travaglio che ha fatto nascere il Testo unico del vino nel 2016. Ora un decreto impone tutela per i vigneti storici (con almeno 6o anni di vita) e i vigneti eroici (su terrazzamenti, o su pendenze superiori al 30%, o ad almeno 500 metri di quota, o nelle piccole isole). Lo ha deciso la settimana scorsa la Conferenza Stato-Regioni. Spetta a queste ultime il compito di censire le piante da proteggere. Ottenuta la mappa, potranno essere distribuiti i fondi per mantenerle in salute. Ci sono 337 milioni nella cassa del Programma nazionale di sostegno al settore vitivinicolo, altri potranno essere aggiunti dal ministero dell’Agricoltura. Un aumento degli investimenti suggerito e atteso da Mario Bussone, il presidente dell’Uncem, che riunisce Comuni e enti di montagna. “Così si tutelano zone meravigliose del nostro Paese e si valorizzano imprese che operano con tecniche tradizionali, spesso in condizioni impervie”, dice Leonardo Di Gioia, che si è occupato dell’intesa per la Conferenza delle Regioni. Non è certo quanti siano i vigneti sopravvissuti arapocalisse della fillossera, gli insetti gialli che sterminarono, un secolo e mezzo fa, le viti europee. Hanno provato a scoprirlo due scienziati, il biologo molecolare Rob Desalle e l’antropologo Ian Tattersall (autori di il tempo in una bottiglia, Codice edizioni). Hanno trovato piante antiche di Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio sull’Etna, di Piano in Campania, di Rossese in Liguria, di Prié Blanc in Val d’Aosta. E altre ne esistono in Sardegna, l’isola della longevità anche in cantina, fin dal Medioevo: “Offrì vino di Riola vecchio di cent’anni. Diceva che senza quel vino avrebbe dimenticato la storia», racconta Sergio Atzeni nella sua magica epopea sarda (Passavamo sulla terra leggeri, Ilisso). Nodose, attorcigliate, scure come l’ebano o la lava, le piante storiche producono molta meno uva delle sorelle giovani. Mai pochi grappoli danno al vino carattere e profumi inconfondibili. Uve autoctone. Sono frutto di incroci vegetali e migrazioni di popoli, con “uomini che si allontanavano dalla loro terra portando con sé le proprie radici sotto forma di piante, contaminando il patrimonio locale e creando nuove varietà”, come hanno spiegato Attilio Scienza e Serena Imazio, studiosi e ricercatori della genetica della vite, in La stirpe del vino (Sperling&Kupfer). All’ultima edizione di ProWein, la fiera mondiale del vino a Diisseldorf, un enorme foto di vignaioli scalatori, con corde e imbracature, raccontava il nuovo e antico fronte delle vigne, sempre più in alto. Accanto alla figura romantica del piccolo contadino che strappa l’uva alle rocce, o al viticoltore in mezzo al mare che in una piccola isola produce vini squisiti, ci sono gli investimenti di aziende simbolo del made in Italy enologico: Ferrari, ad esempio, ricava da qualche anno una parte delle sue bollicine dal nuovo vigneto sopra Villa Margon, 600 metri all’ombra delle Dolomiti. Il sito di vendite online più presente in Italia, Tannico, asseconda la tendenza: due mesi fa ha aperto un canale per i “vini coraggiosi”, quelli “fuori dagli schemi tradizionali e per la cui creazione servono mente aperta e impegno con rischio più alto, ma soprattutto amore e rispetto della natura”. Le vendite sono raddoppiate anche per i “vini eroici”, che racchiudono i colori delle montagne. Che sarebbero piaciuti anche ai Ciclopi, come il vino rosso, forte e scuro che Ulisse offrì a Polifemo.

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