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Corriere della Sera

Tasca d’Almerita, la Sicilia siamo noi … L’avventura nell’enologia iniziò nel 1830, al tempo dei Borboni. E da allora tutti gli investimenti sono stati fatti esclusivamente nell’isola. Fino al più recente, Capofaro, dove il resort si tuffa nel Tirreno... C’erano ancora i Borbone in Sicilia nel 1830 quando la famiglia Tasca acquista la Tenuta di Regaleali, un’azienda agricola e un laboratorio a cielo aperto della viticoltura che si estende su 500 ettari. Da allora la storia dei Tasca d’Almerita è quella di una famiglia che da otto generazioni si dedica all’enologia e alla cultura del vino. Però a fare la differenza è l’ultimo tratto temporale: Tasca d’Almerita infatti è una delle aziende che meglio incarna a tutto tondo la rivoluzione enologica siciliana degli ultimi 20 anni. Un processo che ha portato oggi l’azienda siciliana a una crescita sia in termini di volumi produttivi (+ 3,17%) che di valore, portando il fatturato 2017 a sfiorare i 19 milioni di euro, con un incremento del 4,41% sul 2016 e una quota di export pari al 53% sul fatturato complessivo. “La crescita avviene in un territorio con grandi potenzialità e che può ancora dare tanto all’enologia - spiega Alberto Tasca, ceo dell’azienda dà1 2004 -. È il momento di introdurre anche in Sicilia un approccio alla terra da “custodi evoluti”, di cercare altri territori votati, con una forte personalità. Il tutto senza rinunciare alle nostre radici, alla cultura millenaria che nella nostra isola coinvolge la storia dei Greci, degli Arabi, dei Romani, dei Francesi e degli Spagnoli, intrecciate come tralci di vite”. Sarà per questo che l’azienda palermitana non ha mai investito al di fuori della Sicilia o delle isole circostanti. Un approccio destinato a durare? “Ci stiamo guardando intorno - continua il ceo di Tasca d’Almerita - il focus è su aree mediterranee, sulla rotta dei vitigni che hanno viaggiato per secoli lungo il mare nostrum: vigneti e cantine in Spagna, Grecia, Portogallo, Creta possono essere compatibili con la nostra produzione. Il futuro di quest’azienda storica non si gioca sulla singola etichetta, o su un ritorno ossessivo e narcisistico al passato. Il futuro si scrive allargando il campo ad attività trasversali e pensando anche all’ambiente in una chiave di innovazione e collettività”. Un approccio evoluto che coinvolge gran parte del movimento enologico siciliano, la testimonianza più tangibile di questo cambiamento sta nella nascita di Assovini Sicilia, un’associazione (tra i maggiori produttori isolani) nata per informare e sensibilizzare le istituzioni sull’importante ruolo svolto dal comparto vitivinicolo e sulle difficoltà incontrate dal settore. “Negli anni - ricorda Alberto Tasca - Assovini è cresciuta molto, è diventata il collettore per affrontare le problematiche comuni, ha creato la doc e il brand Sicilia. Si tratta di un modello studiato e imitato perché ha saputo veicolare i vini siciliani all’estero, ha saputo spiegare la nostra storia”. Una storia che parte dalle citazioni di Esiodo e Plinio il Vecchio ma che continua oggi con un passaggio generazionale che ha cambiato il volto a questo comparto. “Indubbiamente la nuova generazione arrivata al timone di quasi tutte le cantine siciliane facilita il dialogo e favorisce le dinamiche: in questo momento parliamo quasi tutti la stessa lingua, abbiamo obiettivi simili e vision compatibili. La Sicilia ha tutte le carte per diventare un territorio eccellente del vino come Champagne o Bordeaux, il nostro sistema è più vario e complesso: abbiamo vini di alta qualità ma con caratteristiche meno uniformi che nei territori francesi. Inoltre da qualche anno i nostri interlocutori stranieri sono capaci di comprendere le diversità del nostro prodotto e questo è un grande vantaggio. A cui si aggiunge l’enorme assortimento di attrazioni turistiche offerte dal nostro territorio”. Il binomio vino-turismo rappresenta da tempo ormai una delle voci più importanti per lo sviluppo di un’impresa enologica. A Tasca d’Almerita lo sanno bene visto che anni fa hanno investito a Salina per rilevare uno storico vigneto (dove si produce Malvasia) a cui si è aggiunta l’attività di hospitality grazie alla creazione del “Capofaro Locanda Malvasia”. “Sul fronte dell’ospitalità ricorda Tasca - la grande novità per il 2018 è il progetto che coinvolge il faro, simbolo della Tenuta Capofaro, con la sua presenza rassicurante e il fascino della sua luce. Da metà Ottocento è la sentinella che veglia sul mare e sul promontorio. È il primo segnale per chi arriva di notte dal Tirreno, il faro più a Nord della Sicilia, un faro “isolano”. Appena rilevato in concessione dal Demanio per 50 anni con la nuova stagione, il faro ospiterà sei nuove e suggestive camere immerse nella vigna, portando così a 27 le suite del resort. Si tratta di un’esperienza replicabile anche altrove ma bisogna continuare a investire sul personale, sulle strutture, in ricerca e innovazione”.

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