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Corriere della Sera

Vino, 90 anni di nettare (e scrittura) … “I1 vino andava giù molto volentieri e non ubbriacava. Rassomigliava alla terra sulla quale stavamo sdraiati, così calda, aspra e rude, genitrice di uomini di carattere, di tori focosi e di donne appassionate”. Quando nel 1954 Alberto Moravia arriva a Jerez de la Frontera, in Andalusia, non visita musei ma cantine “simili a navate di cattedrali”. Il reportage, pubblicato in terza pagina sul “Corriere della Sera”, racconta un Paese attraverso quello che beve. Il più antico giornale del settore, “Il Corriere Vinicolo”, ha pubblicato un’antologia che affianca gli articoli del settimanale a quelli del “Corriere della Sera” negli ultimi 90 anni. Il risultato è una storia (non solo alcolica) d’Italia e d’Europa. Intrecciando “economia, tecnologia, scienza e cultura”, riflette nell’introduzione Ernesto Abbona, barolista e presidente dell’Unione italiana vini, l’associazione che edita il libro (pagine 464, € 50) . Se si cerca la parola vino nell’archivio digitale di questo quotidiano, sono elencati 130.775 articoli. Il primo (24-25 dicembre 1900) e un vademecum per ottenere “bianchi e rossi sani, limpidi e vivaci”. Da allora molti romanzieri, intellettuali e grandi firme hanno scritto di vino sul “Corriere”. Lo scrittore Alfredo Panzini, nel 1933, si schiera con un neologismo, Vineria: “Lo introdurrò nel mio Dizionario dei mostri viventi della lingua italiana”. L’inviato di guerra e gastronomo Paolo Monelli esalta il vino come “poesia in atto, molto lontana (e opposta) al bere degli ubbriachi”. E dialoga con il collega astemio Ugo che, nel 1938, recensisce, sentendosi poi “stordito come se avessi tracannato un ciotolone, per dirla col Redi”, il libro Storia delle vite e del vino di Arturo Marescalchi, direttore del Corriere Vinicolo. Lo scrittore Mario Praz elogia nel 1943 il vino comune, anticipando la critica ai sommelier alla Albanese: “I buongustai ci parlino pure di essenza di rose o che so io... il vino comune ha effetti più vasti e benefici di qualunque ermetica bottiglia ammantata di polvere illustre”. Con i vitigni si decanta il territorio, inizia l'enoturismo. Finita la guerra, il “Corriere” si chiede: “Perché non c’è vino sulla nostra tavola”, ammonendo che “è una necessità, non un lusso, per i lavoratori”. Barolo e Brunello si affacciano sui mercati stranieri. Luigi Einaudi, Capo dello Stato e vignaiolo, firma un editoriale su vino e dazi. Mario Soldati nel 1955 compone frasi poi molto citate: “II vino buono è come una musica e una poesia in cui l’armonia, la misura e la sapienza che presiedettero alla loro creazione non sono più rintracciabili”. Nasce l’eletta schiera degli esperti. Perché, dice Vincenzo Buonassisi, “il pubblico desidera reagire alla mediocrità universale, soprattutto per ciò che riguarda il mangiare e il bere”. Luigi Veronelli cura la rubrica Agrodolce. Debutta il Vinitaly (1967), e il vino che diventa protagonista degli affari resta memoria e paesaggio per il poeta Andrea Zanzotto: “Intorno a me scoprivo un vigneto piccolo, accattivante, misterioso, mai visto”. Si combatte con i francesi, con Ferruccio de Bortoli che nel 1981 descrive La vittoria dell’Italia nella guerra del vino. Un’altra guerra (persa), quella per il nome Tocai: ne scrive Gian Antonio Stella. Il vino diventa moda negli anni Ottanta, con dotti articoli degli scrittori Piero Chiara e Giorgio Manganelli (“Purché non sia soltanto snobismo”). Dopo lo scandalo del metanolo nel 1986, inizia il Rinascimento in bottiglia. E i vignaioli-star escono dalle penne di Isabella Bossi Fedrigotti, Aldo Cazzullo, Aldo Grasso, Ettore Mo, Beppe Severgnini...

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