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Corriere della Sera

Aceto sloveno e Prošek: attenti all’effetto domino Poli & Alleanze per il food … “Persino i produttori di champagne, whisky e tequila sono con noi”, spiega Mr “balsamico” che ha un piano: con Lavazza, Barilla e gli altri…Alle spalle ha una storia lunga 234 anni e nove generazioni di imprenditori che hanno fatto crescere l’azienda - “con ordine e buone regole di successione” – fino a diventare il numero uno italiano dell’aceto con oltre il 50% del mercato. E proprio perché gli oltre due secoli di storia della Ponti con un valore, Giacomo Ponti lo vuole difendere. “Soprattutto quando si tratta di concorrenza poco leale.” Il caso Prošek in Croazia, che all’Europa ha chiesto il riconoscimento del nome, è stato preceduto infatti da quello dell’Aceto Balsamico. Con la Slovenia che, sempre all’Ue, ha chiesto di trasformare la denominazione generica in uno standard di prodotto. «È stata un’operazione illegittima e totalmente in contrasto con i regolamenti comunitari che tutelano Dop e Igp e disciplinano il sistema di etichettatura e informazione del consumatore”, dice l’imprenditore che da aprile è anche presidente di Italia del Gusto, il Consorzio di imprese alimentari creato da Giovanni Rana per crescere insieme all’estero ma anche per fare sistema e scambiarsi esperienze. Al suo fianco, Lavazza, Barilla, Noberasco, Novi, Auricchio, Parmareggio, Riso Gallo e Rovagnati. “Siamo in 29 aziende, quasi tutte familiari. Insieme facciamo 25 miliardi di ricavi”. “Per difendersi bisogna essere uniti. Nel caso dell’Aceto balsamico si rischia di mettere in difficoltà un settore che vale un fatturato aggregato di 400 milioni alla produzione ma che al consumo sale a oltre un miliardo. Ci sono 65 imprese in Emilia, senza contare la filiera agro-industriale. È uno dei simboli dell’alimentare nazionale, da garanzia a chi lo compra, perché tutta la filiera della produzione è certificata e garantita. Ed è una vetrina dell’Italia all’estero perché esporta il 92% della sua produzione”. Ponti, che tra pochi giorni festeggerà 49 anni, guida, con la cugina Lara, l’azienda di famiglia, la cui nascita a datata nel 1787 ma “le prime tracce - racconta -, risalgono al 1595”. L’azienda ha superato l’anno più buffo della pandemia con una crescita del fatturato del 4,5% a 128 milioni, con un margine operativo di quasi 10 milioni. “Anche un punto percentuale per noi vale molto perché già abbiamo la maggioranza del mercato dell’aceto e il 54% di quello della glassa gastronomica a base di Aceto balsamico di Modena. L’abbiamo inventata noi. Per il 2021 le previsioni sono positive, ci aspettiamo un incremento tra il 2 e 3%», dice Ponti che conosce bene tutte le realtà del settore come presidente del gruppo Aceti in Federvini. A Ghemme, in provincia di Novara, dove tutta la storia è iniziata, Ponti guarda agli investimenti futuri, pari a 20,5 milioni in quattro anni: “Indispensabili per porre le basi della crescita” di un gruppo che imbottiglia 450 mila pezzi al giorno, vende più di 120 milioni di pezzi in un anno, per un totale di 400 referenze. Poi ci sono le conserve vegetali che valgono il 30% dei ricavi. Quali sono i progetti? “Digitalizzare l’impresa, prima di tutto. È parte del nostro percorso imposto dall’industria 4.0, perché vogliamo che Ponti resti un avamposto di artigianalità e tecnologia, che è poi la carta vincente dell’Italia. Siamo in attesa di un finanziamento messo a disposizione da Invitalia. Abbiamo presentato al ministero dello Sviluppo economico il piano al 2024, aspettiamo l’omologa con fiducia. Dobbiamo completare la digitalizzazione e introdurre tecnologie nuove per l’etichettaggio, aumentare la capacità di stoccaggio e realizzare uffici nuovi, più ampi, non solo per tutelare i lavoratori post pandemia ma anche per favorire la comunicazione tra di noi e il flusso di idee. Poi c’è l’e-commerce che cresce a doppia cifra. Ti serve a difendere l’azienda, il lavoro, il territorio”. A che punto è il braccio di ferro con la Slovenia sul1’Aceto balsamico? “La Commissione Ue doveva esprimersi il 3 giugno ma non lo ha fatto. Lubiana aveva notificato a Bruxelles una norma tecnica nazionale di produzione e commercializzazione degli aceti che cerca di trasformare la denominazione “aceto balsamico” in uno standard di prodotto, aggirando il sistema di tutela delle Dop e Igp. L’Europa non ha respinto la domanda, purtroppo. In poche parole, qualsiasi miscela di aceto con mosto, fatto in Slovenia, si potrà vendere come aceto balsamico. Non è un caso che i francesi dello Champagne, gli scozzesi del whisky e persino i messicani della tequila siano scesi in campo per difendere il Prosecco contro il Prošek. Se cade la protezione su un solo brand, tutti gli altri diventano a rischio. Chiediamo quindi all’Ue un no deciso al governo sloveno perché si rischia di andare a ingrossare il mercato nazionale del falso made in Italy che fattura già oltre 100 miliardi”. Ci sono tante associazioni nell’alimentare. Funzionano dawero? “All’interno di Italia del Gusto ci siamo sempre aiutati nella crescita all’estero e nello sviluppo dell’e-commerce. Diciamo che c’è solidarietà commerciale. Abbiamo creato Ciao Gusto, una vetrina virtuale sulla Ocado per la vendita online in Gran Bretagna dei nostri prodotti e adesso vorremmo replicare in altri paese. Poi gestiamo gli acquisti non strategici quali energia, flotte, carte carburanti, cancelleria. Proviamo a fare sistema perché l’unione fa la forza”. Fare un passo in più per creare un grande campione del food, ci avete mai pensato? “Siamo sempre stati aperti, l’Italia è un Paese di grandi visioni, però spesso manca di una regia comune e il tema riguarda anche le aziende. Creare un grande gruppo presuppone che le famiglie rinuncino alla maggioranza e questo ha delle complicazioni. Noi un passo nella direzione delle alleanze l’avevamo fatto negli anni 80, quando la Findim della famiglia Fossati, all’epoca proprietaria della Star, aveva acquistato il 30% della Ponti e il 35% di Monini. L’idea era di creare una rete di alleanze nel food made in Italy attraverso piccole partecipazioni. Danilo Fossati aveva provato anche a entrare nella francese Bsn, l’attuale Danone, ma aveva trovato la strada sbarrata da Parigi. Era un progetto visionario ma che si è poi scontrato con la realtà e alla fine la nostra famiglia ha riacquistato la quota. Se ci fosse un grande progetto industriale, un’aggregazione che crea valore, lo valuteremmo. È un punto di vista condiviso anche con mia cugina Lara, che nell’azienda è responsabile di risorse umane e sviluppo organizzativo. È lei che ha messo a punto il nuovo piano di sostenibilità”. Siete arrivati alla nona generazione, quali sono le regole in famiglia? “Fino a mio nonno valeva la regola che le quote dell’azienda passavano sempre al figlio maschio. Arrivati a mio padre Franco e a suo fratello Cesare le cose sono cambiate. E oggi ci siamo io e mia cugina, con il 50% a testa, con diritti di prelazione. Ma siamo consapevoli che l’azienda non è solo nostra, appartiene anche a chi ci lavora, al territorio: infatti siamo la prima Società Benefit del nostro settore”. Il mercato dell’aceto è frammentato, siete compratori? “C’è molto spazio ma i multipli sono altissimi e questo non favorisce le acquisizioni da parte delle aziende italiane. Acetum fu venduta da un fondo a 14 volte il margine operativo. L’ha comprata la multinazionale Associated British Foods che ha pagato parecchio per acquistare un ticket d’ingresso in Italia”.

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