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Corriere della Sera

Nel regno del vino trentino una montagna che sa resistere ... Dalla Piana Rotalina alla Val di Cembra, le storie di produttori “combattenti” Federico Simoni (Monfort): “Ora recuperiamo uve autoctone antiche, come il Nosiola”... In Valle di Cembra la natura e l’uomo hanno stretto nei decenni un patto: i monti hanno prestato i loro fianchi a eroici vignaioli che ne hanno domato i pendii vertiginosi per coltivare mirabolanti viti. E l’uomo ha salvaguardato il paesaggio scolpito dal torrente Avisio. La leggenda dei vigneti più alti d’Europa non poteva, dunque, che avere come scenario la balle di Cembra alla quale si accede di Trento verso nord in direzione di Lavis, poi verso la Val di Fiemme fino a Mosana, dove è cominciata l’avventura di questi uomini nerboruti che, prima dell’avvento della tecnologia, con la forza delle sole braccia hanno convinto la terra di montagna ad abbrancare e abbracciare le viti: così da 250 metri di altitudine sino a 1.000, i vignaloli hanno eretto i muretti a secco che tratteggiano i fianchi delle montagne. La vista è quella di un dipinto impressionista che cambia i propri colori a ogni stagione (tra poco diventerà rosso), di una geometria perfetta. E anche l’olfatto viene messo alla prova: le uve e poi i vini, soprattutto il re Muller Thurgau, emanano quel profumo inebriante che sarà poi apprezzato al momento dell’aperitivo, da gustarsi insieme alle altre prelibatezze locali quali lo speck e i formaggi a latte crudo. Le caneve — cosi vengono chiamate le cantine — sono cattedrali agricole appoggiate sui dorsali, orlate da una muraglia trentina in pietra che, unendo tutti i muretti a secco, supererebbe i settecento chilometri di lunghezza, con una pendenza che va anche oltre il 4o%. L’esposizione è sempre verso est ad acchiappare il sole come già ben sapevano gli Etruschi, consapevoli di trovarsi sopra una miniera fertile in virtù del suolo porfirico essenziale per la mineralità del vino che ha nell’escursione termica tra giorno e notte il segreto del suo successo. E proprio in queste cantine spesso ricavate nei volti delle case dei borghi montanari oppure nelle tenute padronali come Villa Corniole a Verla di Giovo tra le donne della famiglia Nardin o, ancora, al Maso Belvedere di Elio Devigili Giovo che si assaggiano il Muller Thurgau e la grappa. E soprattutto si ascoltano le storie di questi vignaioli combattenti. Tante le cantine, anche nella Piana Rotaliana. Federico Simoni di Cantine Monfort con la sorella Chiara a Lavis: “Produciamo 300 mila bottiglie, dal Teroldego ai vini bichi e i rosati sino agli spumanti caratterizzati da freschezza e verticalità. E poi recuperiamo vitigni autoctoni antichi come il Nosiola: la Piana Rotallana è florida di storie e vitigni da far scoprire”. Certo, mal lui e gli altri si troveranno d’accordo sull’origine del Muller Thurgau: sicuramente nel 1882 il professore svizzero Hermann Muller lo ottenne dall’incrocio tra Riesling renano e un’altra uva mai svelata. Anche Alfio Nicolodi, figura quasi mitica di Cembra, lui che ha riportato in auge alcuni vitigni dimenticati della valle come il Lagarino, non sa dire se si tratti di Sylvaner, Chasselas, Gutedel o Madeleine Royal. Del resto, la valle di Cembra è piena di misteri, anche geologici, irrisolti. Basti pensare alle Piramidi di terra di Segonzano: le chiamano gli omini di segonzan, sono nati anch’essi dai fianchi dei monti come i vini trentini più alti d’Europa.

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