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Corriere Della Sera / Corriere Economia

“Tra i filari serve tanta tecnologia”... La produzione controllata di Argiolas ... Essere testimone di una lunga tradizione produttiva nel settore vinicolo è un buon biglietto da visita per un’impresa che desidera presentarsi sui mercati internazionali. A volte, però, anche 100 anni di storia non bastano per conquistare i clienti. È necessario investire in ricerca e attrezzarsi tecnologicamente per affrontare temperature atmosferiche che non sempre sono amiche del buon vino. E il piano imprenditoriale messo Cantine Argiolas, azienda vitivinicola che opera a Serdiana, in provincia di Cagliari. “Fino agli anni Settanta - esordisce Francesco Argiolas, amministratore delegato – producevamo vino, in maniera anonima, soprattutto per il mercato italiano, francese e tedesco. La
svolta è avvenuta nel 1988, quando io e mio gemello Giuseppe abbiamo deciso di valorizzare al massimo l’identità aziendale e migliorare la qualità del nostro raccolto. Così, affidando la produzione a Giacomo Tachis e avvalendoci della collaborazione dell’enologo Mariano Murro, abbiamo trasformato la vita delle cantine e dei nostri 250 ettari di vigneti”. Ma quali sono state le strategie seguite per operare questa trasformazione? “Il primo passo - risponde Argiolas - è stato modificare le tecniche di coltura. Consapevoli che il buon vino nasce dalla vigna, abbiamo aumentato il numero dei ceppi per ettaro e ti- dotto il carico di uva per ogni pianta. In questo modo, anche grazie alla sperimentazione, la qualità del prodotto ne ha beneficiato. Inoltre, con l’acquisto di nuovi strumenti tecnologici, da noi studiati, possiamo raffreddare l’uva direttamente in vigna. Così custodiamo quei profumi del vino che altrimenti verrebbero dispersi dalle alte temperature sarde”. Una nuova filosofia produttiva che ha permesso all’impresa cagliaritana di realizzare nel 2010 un fatturato di 13 milioni e 400 mila euro. Mentre le previsioni per il 2011 sono ottimisti- che, con un incremento del giro d’affari pari al 7%. “Se siamo un’isola felice – spiega l’amministratore delegato dell’azienda di Serdiana - è anche perché ogni anno impegniamo 18% del fatturato negli investimenti. E questo ci consente di essere competitivi sui mercati stranieri. L’export rappresenta il 45% del giro d’affari. A parte l’India, che con i suoi pesantissimi dazi protezionistici ci impedisce di esportare vino italiano, oggi vendiamo bene in 55 Paesi. Soprattutto in Europa, Emirati Arabi, Hong Kong e Cina”.

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