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Corriere Della Sera / Corriereconomia

Se la fiorentina fosse assicurata ... Un’azienda agricola del gruppo Ras è tra i primi cinque produttori italiani di carne chianina. I frutti della legge che obbligava a investimenti immobiliari a garanzia degli assicurati vita. Così li principali compagnie italiane oggi fanno (anche) gli agricoltori...  Polizze, sinistri, percentuali di retrocessione? Difficile apprezzare il bello della vita. Lo diceva più di vent’anni fa Woody Allen: «Se vuoi deprimerti, esci a cena con il tuo assicuratore…». Non è colpa loro, sia chiaro, la materia è ostica, fastidiosa da affrontare: furti, infortuni, malattie, incidenti stradali, incendi, morti. Tutto nell’ordine naturale delle cose, ma perché pensarci prima, ipotizzare, studiare soluzioni, pensare al dopo? E così poco italiano, che qui le polizze hanno sempre margini di ulteriore crescita. Non piacciono e poi dobbiamo vincere, noi italiani, quella atavica diffidenza che ci porta a credere che le compagnie tanto puntuali nell’esigere il rispetto della rata, poi, non paghino... Pagano invece, anche se questo non basta a rendercele simpatiche.
Eppure a questi colossi della finanza mondiale basterebbe poco per cambiare la loro percezione da parte del mercato. Potrebbero talvolta parlare d’altro, delle loro attività collaterali, meno legate al core business. Ras, che dall’anno scorso è diventata parte integrante della tedesca Allianz, primo assicuratore europeo, è tra i primi cinque produttori italiani di carne chianina, quella da cui si ricava la famosa bistecca alla fiorentina. Non solo, produce vini di qualità e ha riscoperto di recente un antico vitigno toscano. Generali, nel vino, non è da meno: sotto l’ombrello di Genagricola si trovano 10 mila ettari di terreni coltivati e 26 diverse aziende che producono un fatturato di 32 milioni di euro e vanno da Manzano a Caorle, alla tenuta Sant’Anna di Annone Veneto, che da sola vale 2,6 milioni di bottiglie all’anno. Ras invece sta in Toscana e in Italia centrale. Sotto lo scudo dell’Agricola San Felice ci sono tre rami di business: «ci occupiamo di zootecnia, coltivazioni di vino e di olio e abbiamo anche un hotel - spiega Giovanni Battista Gorio, amministratore delegato della San Felice -. Fatturiamo 12,2 milioni di euro. Il rapporto con un azionista tanto importante? È particolare: non ha competenze specifiche, e dopo un primo periodo in cui investivano nel settore, da molti anni ci autofinanziamo. Non siamo un peso insomma, anzi, negli ultimi dieci anni abbiamo dato un importante contributo patrimoniale, ma anche il conto economico è in ordine...».
Milleottocento ettari tra le tenute di San Felice, Perolla e Campogiovanni, le prime due vocate al vino, più le proprietà di Scheggia (Gubbio) e Lugnano (Terni), dedicate alla zootecnia, per un totale di quasi 3 mila ettari. Ma soprattutto grande attenzione ai vini: da San Felice - tenuta che risale al 714 - negli ultimi anni sono usciti sei bottiglie premiate con i «tre bicchieri» del Gambero rosso, mentre la rivista statunitense Wine Spectator ha inserito questi prodotti per quattro volte tra i primi cento al mondo. Vino e ricerca, perché in collaborazione con l’Università di Firenze a San Felice è stato identificato un vitigno autoctono, il Pugnitello, messo recentemente in bottiglia. Passione? Piacere? Voglia di business alternativo? Di certo all’inizio ci fu una legge. Quella che obbligava le compagnie ad investire parte delle riserve obbligatorie a garanzia degli assicurati vita in immobili.
Fu così che il patrimonio immobiliare delle società di assicurazione si gonfiò di appartamenti e negozi, ma anche di qualche buon pezzo di terra. Dalla finanza, espressione più avanzata del terziario, a viti e buoi, espressione caratteristica del primario. Oggi che quella legge è stata mutata - a garantire i diritti degli assicurati bastano i titoli distato - se molti appartamenti e negozi sono stati venduti le vecchie imprese agricole sono sempre lì. Producono carne, vino e anche denaro che affluisce nelle casse della controllante. Per cui, sarà anche vero che il principio dell’autoliquidazione dei sinistri introdotta dal decreto Bersani avvicina le compagnie alle esigenze degli assicurati. Ma pensate che effetto se la prossima volta che andate in agenzia per pagare la polizza vi venisse offerto un breve ristoro: «Da noi - direbbe l’agente - un bicchiere di vino e una fiorentina sono sempre assicurati...».

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