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Corriere della Sera - DiVini

Aironi e cristalli vegliano sui serenissimi vigneti … Viaggio nei piccoli cuori agricoli dove prendono vita Merlot, Cabernet Sauvignon, Teroldego, Refosco, Malvasia Istriano. Uve dalle origini anche millenarie, talvolta affinate sulle barche sotto il livello del mare... Le uova blu adagiate in centinaia di nidi si schiudono una dopo l’altra. Tra i rami di alberi e rovi, come piccoli fuochi d’artificio, spuntano macchie gialle che perforano il blu. Sono i becchi lunghi e aguzzi degli aironi appena nati, candidi, curiosi e smarriti. Ancora qualche settimana, poi voleranno nel cielo della laguna di Venezia. Siamo nell’isola di Santa Cristina, nell’unico vigneto al mondo protetto da una garzaia, un bosco di robinie, tamerici e sambuchi dove nidifica una colonia di aironi, soprattutto garzette. Il vigneto degli aironi è il più spettacolare della laguna. Ma non l’unico. La Serenissima ha mantenuto per secoli, accanto ai commerci, un cuore agricolo, legato alle terre circondate dalle acque salmastre che non impediscono alle viti di mettere radici. Sant’Erasmo è ancora un'isola di coltivatori e vignaioli. Mazzorbo è rinata grazie a una famiglia di vignaioli del Prosecco. Il tour dei serenissimi vigneti ritrovati parte dal sestiere più popolare della città, Castello. Da una chiesa che si racconta nel nome: San Francesco della Vigna. Qui, accanto ai Giardini della Biennale, esistevano vigneti già otto secoli fa. Ora Padre Antonio sorveglia un curatissimo vigneto di Teroldego e Refosco dal peduncolo rosso. Il vino si chiama Harmonia Mundi (l’armonia del pianeta era l’ispirazione, a metà del 1500, di frate Francesco, che con l’aiuto di Tiziano convinse il Sansovino a inserire nella chiesa, poi completata dal Palladio, alcuni simboli della cabala). Della vinificazione, trasportando in Valpolicella le uve con barche e camion refrigerati, si occupa Celestino Gaspari (il creatore dell’Amarone Zymé). Solo mille bottiglie, 20 euro l’una. Serve un motoscafo per raggiungere l’isola di Santa Cristina. O, meglio ancora, un barchino, magari facendosi accompagnare dalla musica di Alberto D’Amico, il cantore di Venezia, morto nel giugno scorso: “Monté tuti in barca ve spenzo col remo / sté fermi sinò se rebaltemo / stà bona Luisa no state dar pena / te trovo `na casa fora in barena”. Attraversando barene (le zone dove ritmicamente le maree svelano o sommergono le terre) della laguna nord, dopo aver puntato la prua su Burano, si approda in uno spazio sospeso, una valle da pesca con al centro una villa con piscina, attorniata da ulivi, cipressi, alberi di banane, mele, albicocche e fichi. Dal cielo gli aironi scrutano decine di pavoni lasciati liberi. Le arnie per il miele attorniano il vigneto. L’isola (17 ettari, un terzo usato per allevare orate e branzini) apparteneva alla famiglia Donà, è stata coltivata fino al 1921, poi abbandonata. Dal 1986 è della famiglia Swarovski, che la mantiene rigorosamente bio, organizza corsi di yoga e la affitta ai turisti con chef compreso. Su tutto veglia Allison Zurfluh, una ragazza svizzera adottata dai buranelli, al punto da diventare una pescatrice di granchi: “Mi sento veneziana, ho trascorso qui il lockdown da sola, tengo i contatti con i ragazzi che curano gli olivi e le valli da pesca. E a maggio ho ospitato un gruppo di medici e infermieri lombardi dalla prima linea del Covid-19”. Il vigneto ultracentenario di 3 ettari era un tempo affittato a una cantina di Pramaggiore, Le Carline di Daniele Piccinin, che produceva il rosso Ammiana, dal nome dell’arcipelago sommerso dal 1400. Gianluca Bisol ha preso il suo posto. “Con l’uva di Santa Cristina, Merlot e Cabernet Sauvignon”, racconta, “produciamo il Venissa rosso. Queste storiche piante danno poca uva, 80 quintali, ma la qualità è molto alta. Santa Cristina è un mondo straordinario, con il team dell’agronomo Stefano Zaninotti continuiamo a studiare la terra per aumentarne la vitalità biologica e l’energia di ogni forma di vita”. Mentre Santa Cristina è chiusa ai visitatori, Mazzorbo è invece aperta (e raggiungibile con i vaporetti di linea). Qui nasce il Venissa, la prima versione, lunghe macerazioni e affinamento, con un vitigno storico, la Dorona. Bisol ha recuperato antiche piante della Venezia nativa e ha trasformato la zona dell’isola all’ombra del campanile aprendo un risto-rante affacciato sul vigneto. Poi un'osteria e un wine resort. “L’idea”, racconta Bisol, “mi è venuta nel 2002 vedendo un piccolo vigneto a Torcello. Sapevo che l'acqua alta del 1966 aveva quasi cancellato la viticoltura a Venezia, così diffusa un tempo da comprendere anche un vigneto in piazza San Marco, nel 1100. Sono partito da quelle piante di Torcello per creare un ettaro di Dorona a Mazzorbo, 3.500 bottiglie l’anno di Venissa, il nome viene da un verso di Andrea Zanzotto. Il nuovo vino si chiama invece Venusa, meno complesso ma più fresco, racchiude i profumi della laguna”. Uno dei primi a credere nella rinascita del vino a Venezia è stato un francese, Michel Thoulouze, imprenditore televisivo. La sua base è a Sant’Erasmo. Ha aperto Orto, cantina a pochi passi dal centro dell’isola, facendo rivivere il vigneto di Malvasia Istriana. Il vino viene anche affinato sott’acqua: le bottiglie vengono nascoste in sandoli, barche tipiche dal fondo piatto, e lasciate a lungo in immersione. Invisibili anche agli aironi.

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