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Corriere Della Sera / Economia & Soldi

Il rosso non è soltanto un bel colore. Conventi millenari riconvertiti in moderne cantine. Un mondo che affascina i giovani e sempre più le donne ... Il futuro della moda sarà il vino? Inteso come nuova frontiera del valore di marca, somma di esperienze diverse, che hanno trasformato il vino-alimento della società agricola di ieri nel vino-piacere di oggi, che coinvolge tutti i sensi ed esprime una cultura variegata complessa. Anzi, un lifestyle, come spiega Alessandro Grassi, esperto dei consumi di questo settore, che ha appena organizzato a Roma, da Roffi Kitchen Enology, il primo di una serie di incontri tra la cucina di design e il mondo dei vini di qualità. “Lifestyle è una parola importante che non va inflazionata – aggiunge Grassi – perché esprime un concetto preciso. Ma proprio come accade per i grandi stilisti, dei quali basta pronunciare il nome per evocare un ambiente e uno stile, oggi anche un grande vino può esprimere una storia, una cultura. La bellezza dei luoghi, certo ma anche il design, i gusti gastronomici, l’alone prestigioso dell’intervento di un architetto”.
Basta parlare di cantine di Petra, l’azienda che fa capo al costruttore e vignaiolo bresciano Vittorio Moretti, per pensare subito a Mario Botta, l’architetto svizzero che ha disegnato le cantine su Suvereto, in Maremma, quasi poggiate sul fianco di una collina dove si trovano i vigneti, che diventano parte integrante del disegno architettonico.

“E’ una struttura moderna, funzionale, ma rispettosa della tradizione – così la presentò Vittorio Moretti il giorno dell’inaugurazione – ma tutta la tecnologia è al servizio del vino, che qui viene prodotto a caduta”. Significa, spiegano gli enologi, che non viene più aspirato, ma lavorato sfruttando i dislivelli, con forte risparmio energetico, impatto ambientale ridotto e un procedimento più naturale, che non stressa il grappolo.

Commenta Agnese Mazzei,, architetto fiorentino specializzato nello studio e progettazione di cantine. “Adesso è il metodo più seguito perché rispetta l’ambiente e l’essenza stessa di quel particolarissimo prodotto che è il vino”.

Abituata ad affrontare sfide impossibili, per la tenuta Ricasoli-Brolio ha installato la barricaia in un enorme frantoio di inizio Novecento, coronandola con una sala da degustazione.
A Montepulciano per gli Antinori ha progettato La Braccesca, mentre per l’azienda di famiglia Fonterutoli nella tenuta di San Guido destinata al Sassicaia, ha studiato “un piccolo progetto del grande significato ambientale, con la cantina quasi completamente interrata, a climatizzazione naturale, ottenuta - aggiunge ridendo - grazie ad una tecnologia quasi esasperata. Questo non soltanto migliora la qualità organica del vino, ma ne accresce l’immagine, lo qualifica, lo rende parte significativa della cultura del territorio”.

Così, diventato tempo di esperimenti architettonici, il vino attira l’attenzione di Renzo Piano, al quale l’editore Paolo Panerai ha affidato la tenuta nella doc di Monteregio, nella Maremma grossetana, mentre gli Antinori hanno preso contatto con Gae Aulenti. Natale Grenon e Piero Sartogo, gli autori dell’ambasciata d’Italia a Washington, hanno firmato la nuova cantina di Badia a Coltibuono, uno dei marchi leader del Chianti, di proprietà di Emanuela Stucchi Prinetti. Ora, se costruire da zero è un’impresa difficile, intervenire dove sorge un convento dell’anno Mille pone ulteriori problemi di coerenza, rispetto, salvaguardia.

“Aggiungiamo che tra i punti fermi dell’azienda ci sono la gestione biologica, con tutto quello che ne consegue – spiega la signora – e l’alta qualità a ogni livello, fino all’aspetto esterno e alla comunicazione”.

E’ stata infatti tra le prime a richiedere la collaborazione di Maurizio di Robilant, consulente per i valori di marca delle imprese, oltre che creativo e designer. Insieme, hanno studiato come articolare i prodotti, come rivestirli con nome ed etichetta, e accompagnarli nel percorso fino alla tavola dell’eno-appassionato. “La bottiglia racconta sempre la storia di un luogo, è evocativa e trasferisce al mercato un certo tipo di promessa che diventa un sogno - commenta Di Robilant - Il vino è un’opera d’arte totale che racconta la storia dell’azienda e la passione degli uomini”.

Dopo aver lavorato con i vignaioli della Nuova Zelanda, con una cooperativa come Cavit quando ha voluto intraprendere la strada della qualità, con un’azienda di nicchia come Bossi Fedrigotti, Di Robilant è sempre più convinto che il vino esprime oggi nuovi valori trasversali, capaci di attrarre un pubblico diverso.

Basta pensare che i più grandi incrementi di consumo sono avvenuti nella fascia al di sotto dei 32 anni e tra le donne, sensibili agli aspetti diversi che confluiscono in quel terminale ultimo che è un bicchiere di rosso di bianco: turismo, architettura, arte, come al Castello di Ama di Lecci di Gaiole in Chianti, dove la seconda generazione dei soci fondatori ha avviato un progetto che prevede, ogni anno, l’intervento di un artista diverso, da Michelangelo Pistoletto a Giulio Paolini.
Sono queste generazioni di trenta-quarantenni, curiosamente quasi tutto al femminile, a trasformare un antico mondo, maschile per eccellenza.

Con alcune punte straordinarie, come le tre sorelle Antinori, Allegra, Albiera e Alessia, che si occupano di settori diversi ma si comportano da autentica squadra. O Francesca Planeta, siciliana, una dinastia del vino: il nonno fondatore della cooperativa Settesoli, con 2.300 soci, il padre presidente dell’Istituto Regionale della Vite e del Vino. Se ai Planeta si deve l’intuizione, a partire dal 1985, di passare dai vini di taglio a quelli firmati, è Francesca che ha lavorato sul marketing e la distribuzione. “E stato difficile far accettare i vini siciliani tanto che all’inizio sorvolavo e preferivo puntare sul nostro nome, al quale ci siamo ispirati anche per le etichette, con astri, pianeti e colori diversi”. Ben riconoscibili, facili da ricordare. Come ogni marchio di successo insegna.

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