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Corriere Della Sera / Sette

Producevano vino quando l’America era ancora da scoprire ... Questa serie di articoli s’ingegna
a recuperare le origini dei marchi italiani. Qualche decennio, un secolo, raramente di più. E, spesso, non è semplice risalire in modo esauriente a queste radici. Stavolta, il problema è opposto: le radici documentate sono talmente profonde che vanno tagliate se vogliamo restare negli spazi tipografici cui siamo abituati. Perché, in questo caso, i secoli di storia disponibili, per così dire, sono otto e mezzo. E anche volendo limitarci all’essenza del marchio, ovvero al vino, si scala appena di duecento anni. Insomma, con gli Antinori, bisogna ricorrere a uno schema diverso dal solito. Accorciare il loro percorso, lungo ormai ventisei generazioni. Individuare, in tempi più ravvicinati a noi, il momento dello scatto. Quello che, nel giro di pochi lustri, porta la maison vinicola a occupare stabilmente posti di prima fila nelle graduatorie mondiali delle bottiglie più pregiate. Insomma, la seconda metà del Novecento. Certo, con quel che succede prima, si potrebbero riempire diversi volumi. Dalla prima apparizione del cognome Antinori in un documento ufficiale, 837 anni fa, al primo segnale della vocazione, nel 1385, quando Giovanni da Piero Antinori s’iscrive all’arte dei vinattieri abbandonando il commercio della seta, fino ad allora tipico della famiglia. E poi - sono tre secoli quest’anno - l’istituzione di quella che si potrebbe chiamare la prima Doc ad opera di Cosimo III, penultimo dei Medici, ovvero la delimitazione geografica dei vigneti di qualità nel territorio compreso tra Firenze e Siena, insomma il Chianti. E un antenato Antinori era a capo della commissione che emanò il bando. Sempre ben ferma sulla vocazione agricola, la famiglia, anche quando - all’epoca di Firenze capitale - molti bei nomi dell’aristocrazia cittadina si rovinano per aver scommesso su un mercato immobiliare che, invece, s’inceppa brutalmente. Non che il casato prosperi irresistibilmente. Palazzo Antinori, a Firenze, è in piazza Antinori (ovviamente... ) al termine di via Tornabuoni. A fine ‘800, viene venduto per far quadrare i conti. Pochi anni prima, nel 1895, è stata creata una vera e propria azienda vinicola ma, a quanto pare, non va troppo bene. Sarà Niccolò, il padre di Piero, l’attuale capofamiglia, a riacquistarlo dalla Bnl, negli anni Cinquanta. Ma, a quell’epoca, sono in arrivo altri problemi. Nel 1964, con l’inizio della fine per la mezzadria, la qualità generale del vino crolla “Fu un trauma per i proprietari che non erano abituali a rischiare in proprio. Vennero avviate colture intensive senza criterio e, in più, dai vivai arrivavano barbatelle scadenti”, ricorda Piero: “Tutta la Toscana si buttò sul Chianti “facile”“. Nel 1966, Niccolò si ritira, Piero, ventottenne, si trova a dirigere l’azienda (e questo non è il solo anniversario che ora si celebra...). Non è da solo. Suo padre aveva appena assunto un giovane enologo piemontese, Giacomo Tachis. Lui e Piero s’intendono presto e bene. Viaggiano insieme nei paradisi enologici (soprattutto nel Bordolese), incontrano esperti, assaggiano, confrontano, e provano a immaginare come si potrebbe fare un gran vino anche dalle nostre parti. L’innovazione al potere. Qui, s’intreccia la storia enologica di due territori. Uno, legato al vino da antiche tradizioni, al momento in ribasso. L’altro, praticamente novizio nel settore. Il primo, appunto, è il Chianti Classico dove gli Antinori hanno la tenuta di Santa Cristina L’altro è la Maremma, dove, allora, il vino valeva poco più dei fiaschi riempiti per venderlo al dettaglio. È un intreccio anche familiare. “A San Guido, vicino a Bolgheri, ormai da diversi anni, Mario Incisa della Rocchetta, mio zio e grande amante dei vini francesi, faceva un suo vino. Una cosa per sé e per gli amici: “Si chiama Sassicaia. Lo faccio nel garage di casa”, amava dire. Noi li avevamo la nostra casa di vacanza, nell’azienda di mia madre, Carlotta della Gherardesca. Nel ‘68, proposi a Mario di mettere qualche bottiglia sul mercato. Gli misi a disposizione Tachis per rendere un po’ meno “artigianale” il Sassicaia. E facemmo fare una bella etichetta a Pineider”. Scatto in avanti. In più, ora, c’è un modello. La voga sperimentale contagia anche la tenuta di Santa Cristina e nasce un progetto per un vigneto da quelle parti. Qui, però, siamo sulle colline del cuore classico del Chianti. Per innovare bisogna battersi su diversi fronti. Intanto, è un momento in cui i terreni semicollinari vengono apprezzati meno di quelli più pianeggianti e irrigui. I primi chiedono più dedizione e lavoro. “Ora, lo sa ogni vignaiolo quanto spesso il vino buono cresca sul sasso. Difficile fare apprezzare questa evidenza al contadino che quella terra la deve sarchiare e rivoltare! Tocca a lui scavare e spostare per anni sassi e rocce per far posto alla vite, sempre sperando di non imbattersi nell’incubo di chi lavora di zappa un masso affiorante, intero e semi-sommerso (anche quelli abbiamo, a Tignanello), venuto da ere geologiche lontane a complicare il suo lavoro. Pure è così: l’abbondanza di sasso, nei primi centimetri del suolo, è una delle grandi qualità di questa terra incredibile. Un dono”, scrive Piero in Tignanello 1971- Una storia toscana. Poi, assai più vincolanti, ci sono i vincoli consortili. Perché il progetto cui Piero lavora con Tachis prevede uno scarto forte dal disciplinare adottato con la creazione della Doc Chianti Classico varata nel 1967 con l’ottima intenzione di regolare la produzione della zona e impedire la proliferazione di Chianti Classico abusivi. Il primo Tignanello “sperimentale” - prodotto nel 1970 - è ancora legato alla tradizione: “Fu con l’annata del 1975 che tagliammo davvero i ponti con il passato. Creammo finalmente un uvaggio privo di uve bianche. Vendemmiammo un’uva completamente matura”, spiega Piero illustrando poi altri passaggi (una doppia fermentazione, il “riposo” di due anni in piccole botti di rovere che Veronelli battezzerà “carati”...): “in sintesi, creammo qualcosa che era più toscano dei suoi pari grado dell’epoca e, insieme, completamente nuovo”. il passo successivo è unire al Sangiovese tipico del Chianti Classico un’uva “non autoctona”, cioè il Cabernet piantato in queste terre dal padre di Piero per i suoi esperimenti nel dopoguerra Antinori passa un paio d’anni difficili. Nel 1974, i primi assaggi del nuovo vino offerti agli esperti hanno trovato buoni riscontri. Non ha ancora neanche un nome: sarà Luigi Veronelli a suggerire la soluzione più semplice: “La cosa migliore è legare questo vino in modo diretto al suo vigneto”. E così Tignanello sia. Nel 1975 nasce quello “definitivo”. Non si chiama più Chianti Classico. Potrebbe essere un problema, oltretutto perché costa tre volte tanto. D’altra parte il successo è immediato: “Nacquero ventimila, indimenticabili bottiglie. Subito accolte con entusiasmo dai critici e dal pubblico”, ricorda Piero. E, a breve, viene risolto anche il rovello della classificazione: “Furono i giornalisti statunitensi a usare per primi nelle loro recensioni il termine “Super Tuscans” per i toscani che, pur senza il “bollino” ufficiale, si identificavano in un vigneto storico e manifestavano un’altissima qualità”. Nel 2014, sono state spente le quaranta candeline del Tignanello. Meglio da soli. Da allora, l’Olimpo dei Super Tuscans Antinori si allargherà - con Solaia, “miglior vino del mondo”, secondo Wine Spectator nel 2000, e con Guado al Tasso, al numero i della Top 100 Cellar Selections di Wine Enthusiast, nel 2012 - anche se non mancheranno altri passaggi difficili per la famiglia, altre scommesse. Come l’alleanza col gruppo inglese Whitbread, nel 1984, e la scelta di riacquistarne la quota, otto anni dopo. “Per incompatibilità di fondo”, spiega Piero, non nascondendo, peraltro, che si trattò di andar contro la gran parte dei pareri di chi s’intendeva di questioni finanziarie. Oppure, più di recente, nel 2012, il grosso investimento che ha portato alla cognizione di una splendida e futuribile cantina del gruppo, a Bargino (siamo sempre poco lontano da Firenze, nella zona di San Casciano), progettata dall’architetto Marco Casamonti. “Da sempre, il vino è la vocazione della mia famiglia. E non dimentichiamo che il vino di qualità è la voce più importante della nostra bilancia agro-alimentare”, conclude Piero. Abbiamo deciso di scavalcare le generazioni, stavolta. L’ultima degli Antinori, comunque, è in pista: le figlie di Piero, Albiera, Allegra, Alessia. Già coi loro memorabili incontri. Come quello di Albiera con Luigi Veronelli. Era il 1979, Albiera e Allegra, allora bambine, per gioco fecero un vino con le uve di una grossa vite nella tenuta Tignanello. Quando fu il momento, furono sempre loro a imbottigliarlo in una decina di bottiglie, inventarsi un’etichetta e presentarlo durante una cena in città coi migliori amici, fra cui Veronelli. Vent’anni dopo, al Vmitaly, il profeta del vino italiano va a trovare Albiera proprio con una di quelle bottiglie. Dice lei: “Non credo sia più buona neanche come aceto”. Veronelli rispose: “Non lo sapremo mai. Per me è tanto preziosa che non ho mai avuto il cuore di stapparla”.

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