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Corriere Della Sera

Dal Timorasso al Sussumaniello Caccia alle antiche viti da salvare: via al censimento dei prodotti. Mobilitati 481 sindaci per mettere a disposizione i terreni ... Un piccolo borgo della Bassa piemontese, Monleale, che nel regno dei Barbera riscopre un vitigno popolare ma poco considerato dagli enologi e ne fa un bianco vigoroso: il Timorasso. Un Comune veneto, Asolo, che chiede ai suoi abitanti di «adottare» una vite regalando una pianta di Recantina, purché l’antico vitigno non scompaia. E ancora: un borgo pugliese che scommette di portare agli onori dei banchi d’assaggio il Sussumaniello, appena 3 ettari a vite sopravvissuti. Tre esempi di come vitigni a volte dimenticati possano rivelarsi piccolo patrimonio su cui costruire una nuova cultura del vino. Tre casi che sottolineano l’importanza di quelle viti «povere» che per circa un secolo han dato onesti vini da tavola o forti mosti da taglio e oggi, grazie alle tecniche di vinificazione, possono trasformarsi in gioielli da bottiglia. Solo tre delle centinaia di vigneti antichi italiani per i quali l’Associazione Città del Vino e Slow Food hanno lanciato una campagna di salvataggio e valorizzazione. In Italia, i vitigni autoctoni (circa 350 i più conosciuti, alcuni dei quali alla base di etichette ormai famose nel mondo) sono un patrimonio: agricolo e culturale. Anche perché sottolineano l’originalità della nostra produzione. Certo, non tutti possono originare vini da concorso, ma c’è chi ritiene che vadano comunque salvati, anche per «contrastare il dilagare dei vitigni stranieri», come spiega il professor Attilio Scienza, ordinario di Produzioni vegetali all’Università Statale di Milano. Obiettivo delle Città del Vino (481 Comuni soci, per lo più sotto i mille abitanti, ma anche grandi come Gorizia, Firenze, Siena, Marsala) è un censimento che crei una banca dati per la tutela attiva e giuridica dei vitigni autoctoni. Individuate le varietà a rischio, l’associazione chiederà ai sindaci di farsi custodi di queste antiche viti, valorizzarle e recuperarle con i produttori locali, magari mettendo a disposizione terreni pubblici.
È quanto sta accadendo intorno a Monleale, dove, spiega Paolo Benvenuti, direttore dell’Associazione Città del Vino, «da circa 8 ettari di Timorasso si è passati a una trentina» e il vino che ne è nato s’è conquistato un posto di riguardo in enoteca. Vitigni autoctoni da riscoprire, contro vitigni autoctoni supersfruttati e ormai diffusi ovunque. Un esempio? Nell’Agro di Brindisi, verso Mesagne, Riccardo Cotarella, uno dei più noti wine makers internazionali, si sta occupando del Sussumaniello (significa somarello nero). Una sfida per Luigi Rubino, titolare dell’omonima azienda: «Una volta lo si usava per tagliare il Negramaro - spiega - ma era stato quasi abbandonato perché poco produttivo. Mi hanno convinto a provarlo alcuni collaboratori i cui nonni avevano piante di 72 anni». L’anno scorso la prima vendemmia di pregio: il vino, ora in affinamento in barrique, è attesissimo per il 2003.

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