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Corriere Della Sera

Vino: civiltà e memoria. Identità, moderazione, armonia ... Ci risiamo, ogni tanto s’accende la polemica sul vino: è da considerarsi uno strumento del diavolo per ridurre l’uomo alla perdizione o un dono degli angeli per regalarci un po’ di felicità? La querelle è ora scoppiata in Francia perché i vigneron vogliono che lo Stato consideri il vino come alimento mentre molti medici, preoccupati dagli effetti dell’alcolismo, si oppongono: «Ci opporremo con determinazione a ogni iniziativa che abbia come obiettivo l’assimilazione del vino a un alimento». Chi ha ragione? E cosa c’è dietro questa rovente quanto inconsueta disputa? Alcuni parlamentari francesi eletti in zone a forte insediamento viticolo hanno consegnato al primo ministro Jean-Pierre Raffarin un libro bianco (era meglio l’avessero chiamato rosso) nel quale si sostiene la necessità di equiparare il vino al cibo. L’antica, biblica invenzione di Noè è molto più di una bevanda perché, come ogni buon alimento, «rilascia sostanze nutritive al suo passaggio nel tubo digerente». Lo sapevano bene anche i nostri contadini che, quando partivano al levar del sole per mietere il grano, si portavano dietro una pagnotta e una bottiglia di vino e, posata la falce, intingevano il pane nel vino per trarne sostentamento. Alimentazione povera, si dirà, ma pur sempre alimentazione. In realtà, il passaggio del vino da bevanda ad alimento è una delle misure, così sostengono i detrattori, attraverso cui il mondo del vino francese (che conta più di 200 mila addetti) punta per aggirare il divieto sulla pubblicità formulato dalla controversa legge Evin del 1991 e tenta in questo modo di uscire da una crisi sempre più profonda.
In altre parole, in Francia non si può fare pubblicità al vino in quanto è equiparato a un tossico; se il vino non fosse più considerato una bevanda alcolica ma una sostanza nutritiva cadrebbe il divieto di reclamizzarlo. Come abbiamo già accennato, a questa iniziativa di legge si oppongono alcuni medici: «Si minerebbe infatti alla radice la lotta all’alcolismo, una piaga che - sottolinea il professor Michel Reynaud - è responsabile, in Francia, di 40 mila morti l’anno, premature ed evitabili». Sul quotidiano Libération si è aperto lo scontro: i vignaioli accusano i medici di «vinofobia» (una patologia considerata peggiore dell’omofobia) mentre i medici, per tutta risposta, mettono addirittura in discussione le famose teorie contenute nel libro The French paradox di Serge Renaud, uno studioso francese operante negli Stati Uniti, autore di ricerche epidemiologiche in cui si dimostrano i benefici cardio-circolatori del vino, se preso a piccole dose (si parla di due bicchieri al giorno).
Tempo fa, anche in Italia era stata avanzata una proposta di legge per appiccicare alle bottiglie una contro-etichetta «Nuoce gravemente alla salute», come si fa con le sigarette. Inutile qui ribattere che nel ’500 il vino era considerato farmacopea, che in altre culture (quella tedesca, per esempio) per molto tempo la birra è stata considerata un alimento, la questione di fondo è un’altra.
Intervistato sui suoi piaceri enologici, il mai troppo rimpianto Giuseppe Pontiggia rispose: «Non voglio fare discorsi retorici, dire che dietro alla vite c’è sempre un pezzo di mondo contadino, di radici nostre, di memorie, ma la differenza tra una grande auto e un grande vino resta proprio questa: ormai sono due prodotti altamente tecnologici, solo che la lamiera non risente del brutto tempo, la terra invece sì».
Oggi il vino rischia di apparire come uno status symbol , una moda, un roteare il calice, un riempirsi la bocca di parole fruttate: ma così sarebbe solo la faccia nobile, presentabile dell’alcolismo, quasi si trattasse di una questione di classe sociale.
Il vino è qualcosa di più, è un accordo in mezzo ad altri accordi: il mangiare, l’educazione, l’ambiente, la moderazione, l’armonia. Certo una delle espressioni più alte della cultura materiale, memoria di una civiltà antica, tratto saliente dell’identità di un Paese ma soprattutto un elemento sapienziale. Il vino dev’essere considerato una vittoria dell’uomo non una sconfitta.
Ai francesi vorremmo ricordare una massima di Victor Hugo: « Il faut du vin aux hommes et de l’eau aux chevaux (vino agli uomini, acqua ai cavalli)». E a noi un gentile, saggio ammonimento: bere poco, bere buono.

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