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Corriere Della Sera

“Le vigne aggrappate alle rocce. Così ho vinto una sfida impossibile” ... La tenacia Dalla terra alla tavola, il segreto mio e di mio marito è di non aver mai delegato nessuno... Marisa Cuomo è la dea del vino. Undicesima figlia di una famiglia con sette sorelle (lei è la quinta) e sei fratelli che arrivano da un padre italiano e una madre bosniaca, dirige un’azienda vinicola a Furore, un paesino a strapiombo sul mare della Costiera Amalfitana. Una lunga serie di riconoscimenti, anche internazionali, hanno premiato un’attività che è una sfida soprattutto contro la natura. Il suo marchio “Gran Furor-Divina Costiera” può vantare, con il Fiorduva, l’Oscar come “miglior bianco d’Italia 2006”, “Tre bicchieri” sul Gambero Rosso, i “Cinque grappoli” dell’A.I.S., il riconoscimento “Best of Class” Award Limited Production negli Usa. “L’idea del vino è nata dopo il matrimonio racconta Marisa . Il nonno di mio marito negli anni Trenta aveva aperto l’ostaria di Bacco e aveva un piccolissima azienda che noi abbiamo sviluppato. Forse era scritto nel destino e tutto è cominciato grazie a mio marito Andrea Ferraioli. Da quando mi sono sposata è stata un’avventura, perché è da matti pensare di coltivare l’uva da queste parti, dove c’è un susseguirsi di piccoli terrazzamenti a strapiombo sul mare. Per come sono disposti, per le strade che li uniscono, tutto può essere lavorato solo a mano”. Sono centinaia i tornanti che collegano i minuscoli spazi coltivabili strappati alla roccia e che si affacciano su un mare blu che nasconde il segreto dei vini di Furore. “Probabilmente il clima e la salsedine hanno il loro ruolo spiega Marisa , ma c’è anche un percorso segnato dalle qualità d’uva che riceviamo da quaranta diversi piccoli coltivatori distribuiti tra Ravello, Cetara, Praiano, Amalfi. Tutto quello che tiene insieme questi fattori è l’impegno in cantina. Seguiamo il vino dalla terra fino a quando arriva alla ristorazione. Io e mio marito abbiamo bruciato tutta la nostra gioventù tra i vigneti. Il segreto è anche nel fatto che non abbiamo mai delegato nessuno. Facciamo tutto noi. Se qualche operaio può sottovalutare un dettaglio apparentemente banale, a me non capiterà mai. Sono queste le cose che fanno grande un vino, un dolce, un prodotto qualsiasi che poi rimane nella memoria. Il nostro ultimo successo è un rosato. Produciamo 90 mila bottiglie all’anno divise in 9 tipologie”. Un inizio complicato per un’attività cominciata a Furore, un posto che prima della seconda guerra mondiale non era neanche segnato su tutte le carte. “Qui tutto è più faticoso. Le vie di accesso sono strettissime e non si posso fare modifiche perché il territorio è tutelato dall’Unesco. E allora è più facile parlare dell’unica difficoltà che non abbiamo: vendere i nostri vini”.

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