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Corriere Della Sera

Il popolo degli enologi ad honorem ... Cresce la moda dei filari adottati... Il piacere del vino ma anche il narcisismo di un etichetta personalizzata, dieci metri di filare, 100 euro di spesa, la targhetta con nome e cognome (come a dire “questo pezzetto di vigna è mio”), l’incontro ravvicinato con il produttore che t’introduce ai segreti dell’enologia, 6 bottiglie in premio. E il titolo di vignaiolo ad honorem. E la frontiera dell’adozione agricola economicamente abbordabile anche in tempi di crisi che illumina la conoscenza e rallegra lo spirito. Con l’aggiunta di un po’ d’orgoglio narcisistico. “Stiamo studiando anche l’idea di mettere in rete la mappa dei nostri vigneti con la localizzazione precisa dei filari adottati; così, via internet, sarà possibile individuare la propria porzione di vite e mostrarla agli amici”, dice il conte Alberto d’Attimis-Maniago, proprietario della Tenuta Sottomonte (i suoi antenati cominciarono a vinificare nel 1585), sita nel comprensorio dei Colli Orientali del Friuli. Il conte, con altri produttori, ha aderito con entusiasmo al progetto di Territoria Nordest, associazione intercomunale, ispirata da intenti promozionali. Nel suo caso, gli adottanti sono 25. E, a quanto pare, soddisfatti. “L’aspetto più interessante è la possibilità di entrare in contatto diretto con il mondo della viticoltura osserva Alberto Bobber, 32 anni, di Udine, imprenditore informatico, che ha adottato un filare di Picolit . Per me il vino è una passione”. La versione vip del fenomeno che forse ha fatto da apripista ad iniziative più popolari è il fiorire degli investimenti da parte di personaggi famosi. Che, fino all’altro ieri, il vino l’hanno soltanto bevuto. Senza intendersene troppo. Ma l’irresistibile fascino del vigneto in collina, nelle aree vocate del Bel Paese, ha colpito nel segno. Complici gli enologi di grido (che ti costruiscono i blend su misura), i designer (per l’etichetta), la fantasia degli stessi proprietari che si divertono a inventare il nome delle proprie bottiglie. Alla voce cantanti, per citare qualche esempio, troviamo Al Bano con il suo “Felicità”, Gianna Nannini con “Baccano”, Lucio Dalla con “Stronzetto dell’Etna”. A seguire la schiera di calciatori, corridori, stilisti. La parola d’ordine è: personalizzare. Nelle forme più varie. “Noi non facciamo deroghe sulle etichette racconta Donatella Cinelli Colombini . Tuttavia, in occasioni di feste nuziali, teniamo da parte un certo numero di bottiglie con i nomi degli sposi. Il più pregiato Brunello di Montalcino viene dato, al posto della bomboniera, ai familiari, il Rosso agli amici”. Ma la proposta specifica dell’adozione (vigneti, filari ed anche barrique), sulla scorta di esempi stranieri, è stata lanciata un paio d’anni fa, con il sostegno della Coldiretti, e la diffusione-calamita via Internet. Attraverso siti assai accattivanti. Del tipo: “Con 500 euro l’anno, puoi prenderti cura di 100 metri di vigna, seguendo, anche a distanza, il processo produttivo. Alla fine, avrai 200 bottiglie tutte per te”. A onor del vero, i progetti, che in qualche caso si propongono di rivitalizzare aree vitivinicole in via d’estinzione, sono ancora un fenomeno di nicchia. Miriam Caporali, alla guida dell’azienda Valdipiatta di Montepulciano (Vino Nobile), si è specializzata, con successo, nel dare in adozione barrique. “Abbiamo cominciato su richiesta della clientela spiega . Il pioniere è stato un avvocato americano di Cincinnati. Ci ha chiesto, dopo alcuni esperimenti, un proprio blend”. L’adozione della barrique costa circa 4.000 euro e dà diritto a 300 bottiglie, con etichetta personalizzata. Alcuni si uniscono con collette di gruppo, altri, attraverso l’adozione, fanno il regalo di nozze agli amici. Luca Cutolo, giovane ingegnere trapiantato ad Amsterdam, via Internet, ha prenotato il vino toscano chiamandolo Giovanni, il nome del suo bimbo. “Dalla barrique dice ora vorrei passare all’adozione di un vigneto. In Sicilia, preferibilmente”.

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