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Corriere Della Sera

Raccolto d’autore ... Quel vino di fratellanza nelle sere operaie. Ma con la sobrietà “tradivo” mio padre... Secondo la scrittura sacra fu opera d’ingegno di Noè. Nella terra seconda, dopo l’annientamento del diluvio, piantò in solitudine una vigna. Ne bevve il frutto fermentato e dormì nudo. Tornò così allo stato di origine, quando la prima coppia nel giardino di Eden non sapeva ancora l’uso di vestirsi. Ne sentì il bisogno dopo il frutto della conoscenza, spiccato dall’albero proibito. Da quel momento in poi non fu più nuda, separandosi così da tutto il resto delle specie vive. Noè col vino torna per qualche ora etilica all’origine. Questo può fare il vino, oltre gioirne spinge all’indietro, a risalire a un prima.

Mi è capitato di fare il raccolto sulle colline di Massa, ripide e scalinate. Poi nella cantina pestai i grappoli nel tino di legno con i piedi, passando dal solletico alla piaga. Così successe pure la prima volta che ne mandai giù, forzandomi a farlo. Passai dal solletico in gola all’ulcera nel cuore, n vino non faceva da anestetico, né disinfettava la pena amorosa dei miei diciannove anni, già spaesati. Quel vino spalancava a crepaccio l’ulcera che volevo medicare. Però mi dava la stordita voglia di saltarci dentro. Ho saputo che non è infermiere il vino, non diluisce il sangue, lo sobilla.

Un proverbio ebraico dice che dov’entra lui esce il segreto. Non ho goduto di questo sollievo. Nelle sbornie amare la bocca mi si cuce, inghiotto e basta. Ascolto invece altri svuotarsi viscere e coscienza, senza poterli assolvere. Mio padre se ne riempiva a sera per avere diritto di sbandare. Diventava cieco e con il vino accecava pure il resto del corpo. Nelle sere in cui beveva rimanevo sobrio. È il mio rammarico maggiore, non averlo accompagnato in fondo alle
bottiglie. Volevo credere che di noi due ce ne voleva uno intero, ma non era così. Invece disertavo la sua deriva mite, lasciandola a se stessa. La tradivo nel modo peggiore, sobriamente.

Nelle osterie che ho attraversato negli anni di vita operaia il vino era la patria raggiunta della sera, per noi di fine turno e per i pensionati in fondo alla giornata. Andavano a giocarsi il litro, partite di scopone scientifico, quello con le quattro carte a terra, accanite di trucchi, insulti, prese in giro a fine mano. Partite tirate senza una parola: lo scopone è duello muto, non è ciarliero come il tressette, attaccabrighe come la briscola. Nel silenzio compresso del tavolo, nessuna carta sbattuta,
frusciavano i loro aliti alcolici. Non riuscivano a stare in piedi ma non sbagliavano una carta. Alla chiusura i nostri fiati aspri di rosso stavano sottobraccio a qualche anziano, riportandolo a casa. Bisognava già sapere dove, che lui non ritrovava la via né il buco della toppa. Quello che ho conosciuto in osteria è stato vino di fraternità, una spremitura e una fermentazione oggi scaduta. Era onesto pure se vinaccio, faceva la sua parte giusta sul tavolo di legno che ne assorbiva tra un bicchiere e l’altro.

Oggi il vino è salito di qualità e da soddisfazione a chi lo porta in giro per il mondo migliorando la bilancia dei pagamenti, esportato più dei vestiti di marca e delle auto. Certo può dare assuefazione, però la migliore. Può dare sonnolenza, ma comunque più vigile dello stato di torpore della coscienza civile del paese. Da noi dove peggiora la sanità, la scuola, la lealtà, migliora a contrappeso il vino. Sarebbe il caso di servirsene come bandiera, meglio alzare il gomito che il vessillo tricolore, meglio dell’inno di Mameli l’aria del coro: “Libiamo, libiamo i lieti calici”. All’Italia si addice La Traviata.

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