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Corriere Della Sera

“Troppi alcolisti”. E la sbornia entra nella gara per i voti ... Nei pub, fatta salva qualche rara eccezione, minori non possono entrare. Ma non è così. I locali che, specie il venerdì e il sabato sera, lasciano le porte aperte sono tanti: agli adolescenti la pinta di “bionda” piace. Fin troppo. Birra, vino rosso, champagne, whisky. Sarà perché è una vecchia tradizione delle famiglie inglesi quella di abbandonarsi, ogni tanto, a una tranquilla bevuta in compagnia. Sarà perché i controlli nei locali avvengono solo sulla carta. Sarà perché c’è una crisi generalizzata di valori, di interessi, di occupazione. Sarà per mille altre ragioni sociali, e non ultima la circostanza che i costi sono abbastanza contenuti e alla portata dei redditi anche più bassi, ma l’allarme è serio: i consumi dl alcol nel Regno Unito stanno crescendo in modo eccessivo. Si ubriacano gli adulti, poveri e ricchi, i manager e professionisti, i disoccupati e gli impiegati. Si ubriacano i ragazzi e le ragazze. Addirittura più le ragazze dei ragazzi.

Una recente ricerca del Royal College of Physician rivela che1 un quarto della popolazione, quindici milioni su sessanta, ha ormai superato i livelli di guardia e alza il gomito in “maniera assolutamente rischiosa”. Se si restringe la rilevazione alla fascia di età compresa fra i 15 e i 18 anni si scopre che i giovani inglesi consumano 11,2 litri di alcol all’anno, una bottiglia al mese. Sembrerà poco ma, a parte che si tratta di un calcolo ponderato, la sostanza è un’altra: il dato ci rivela la media britannica è di gran lunga superiore quella mondiale (9,7 litri).

Se allarghiamo lo sguardo ci accorgiamo che la Gran Bretagna è in controtendenza: nell’ultimo trentennio il consumo di alcol, come annota il Wall Street Journal, è sceso in tutti i paesi industrializzati e in particolare del tredici per cento in 30 Paesi riuniti nell’Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo economico. Più in dettaglio del 17% negli Stati Uniti, del 24% in Canada, del 30% in Germania, del 33% in Francia. Ebbene, le cifre che l’Ocse coglie da Londra e
dintorni dicono invece che qui il consumo è salito del 19%. Certo un po’ meglio che in Irlanda dove siamo vicini alla soglia dell’incremento pari al 40% dell’Islanda (60% in più). Ma non è certo motivo di vanto. Anzi. “L’alcol ci sta uccidendo come mai era accaduto prima” ammonisce Liam Donaldson, il Chief Medical Officer, numero uno dell’autorità sanitaria.

Sbornie significano risse, assalti, accoltellamenti e danneggiamenti. I pub, nel fine settimana, diventano ring di pugilato e teatro di duelli a colpi di coltello, a volte mortali. Il costo complessivo per la comunità (i ricoveri, i processi, il recupero degli ammalati) ammonta, secondo le statistiche ufficiali, a quasi cinque miliardi di sterline all’anno. Il governo ha provato a ritoccare di qualche punto le percentuali dell’imposta applicata a certe bevande ma il risultato non è stato, finora, apprezzabile. Non è un caso, dunque, che l’alcolismo sia diventato uno dei temi della campagna elettorale.

Laburisti, conservatori e liberaldemocratici si dividono su tutto ma su un punto mettono da parte le rivalità: occorre una stretta generalizzata. Dunque: meno pubblicità di birre, whisky e vini, prezzi da riconsiderare e da alzare, divieti assoluti per i minori e responsabilità penale dei locali che contravvengono con chiusura nel giro di 24 ore. Il premier Gordon Brown dedica un capitolo intero del Manifesto laburista agli “interventi per prevenire il crimine” e ai reati che derivano dall’abuso di alcol. Il numero dei ragazzi devianti, dice, negli ultimi mesi si è bloccato “ma bisogna fare molto di più”. Fra le sue proposte, c’è quella di istituire, sull’esempio americano, “giovani pastori di strada”, volontari ed ex alcolisti pronti a dissuadere i compagni d’età dagli eccessi dell’alcol nei 60 mila pub del Regno Unito. Non sarà facile.

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