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Corriere Della Sera

“Io Ricasoli e Bettino. Uniti dalle vigne e dal castello” ... Quando Francesco Ricasoli nacque, in un gelido gennaio del 1956, a Gaiole e nei dintorni del Castello di Brolio, c’era la neve. E uno dei pochi Ricasoli a essere nato nel castello, è il 32esimo Barone Ricasoli e il Barone di Ferro - Bettino - è il suo quadrisnonno. E qui - nella storica tenuta di famiglia - questo 2011 non è un anno come tutti quanti gli altri. Perché l’anniversario dell’Unità d’Italia è profondamente sentito, ma soprattutto perché continua ad aleggiare nei comportamenti civili e imprenditoriali il fantasma del Barone.
E presente. E a parlare con Francesco sembra che i corsi e ricorsi non riguardino solo la storia, ma anche i personaggi che l’hanno fatta così come Bettino prese in mano a soli diciotto anni la proprietà della famiglia, piena di debiti, riuscendo prima a tenerla aperta e poi a rilanciarla, così a trentatre anni toccò a Francesco. L’azienda andava male, non trovava spazi sul mercato, la distribuzione del marchio “Barone Ricasoli” era quasi tutta in mano di proprietari stranieri, australiani per la precisione. L’avo Bettino divenne maggiorenne a diciotto anni per uno speciale decreto del Granduca di Toscana Si rivolse a esperti di chimica, andò in Francia a imparare i segreti della vinificazione perfetta, fece viaggiare le botti di Chianti per anni su mercantili diretti in ogni parte del mondo per verificarne la capacità di reggere i lunghi viaggi. Francesco prosegue sulla strada della ricerca, con quello stesso perfezionismo del quadrisnonno. E quella sperimentazione fatta in anni in cui le comunicazioni non erano agevoli come oggi, si è concretizzata in un’azienda che esporta più dell’86% dei tre milioni e mezzo di bottiglie che produce in un anno. All’inizio degli anni ‘90 Francesco Ricasoli ripiana velocemente i debiti lasciati australiani, accorpa l’azienda della produzione e della distribuzione, rinnova 230 ettari di vigneti e trasforma il Castello di Brolio in quella che il “Gambero Rosso” definirà la migliore cantina d’Italia. Destini paralleli nell’enologia, ma soprattutto nello stile. Tranne però nella politica. “Ho le mie idee - racconta
- ma mi tengo fuori dallo scenario politico. Penso a Bettino come a un grande punto di riferimento, soprattutto però dal punto di vista imprenditoriale”. il Barone Francesco Ricasoli cita spesso il suo avo, si dice “orgoglioso di essere un suo discendente”, ma allo stesso tempo riconosce il fatto che la tradizione deve essere “un movimento dinamico rispetto al tempo attuale”. Nessuna voglia dunque di scimmiottare il passato odi vivere di rendita sulla tradizione, semmai stessa fissazione per la ricerca scientifica. “Se Bettino mi sentisse dire queste cose - dice divertito - so che sorriderebbe e mi darebbe ragione”. Quando parla del Barone di Ferro, sembra parli di un parente assai prossimo, frequentato fino a ieri. “La parola che più ci lega a lui è responsabilità”, dice. “Responsabilità, abilità nel commettere meno errori possibili, fare le cose invece di annunciarle”. Altro tratto comune. Un profilo di grande sobrietà, che in Bettino - se pure uomo d’azione - sfociava nella religiosità profonda e nello spirito meditativo. E che gli costerà in futuro, anche dopo la morte. “Bettino Ricasoli non ha avuto il posto che gli è dovuto nel pantheon dei protagonisti dell’Unità d’Italia. E questo mette in ombra anche il ruolo centrale della Toscana, che diede il vero e proprio calcio d’inizio al processo di unificazione nazionale. E invece oggi si rischia di dimenticare il Barone Ricasoli proprio perché non sgomitava per apparire, non leccava i piedi di Vittorio Emanuele II per avere visibilità”. Il riferimento è ovviamente a Urbano Rattazzi, sempre pronto ad insidiare la poltrona di primo ministro dell’Italia unita che Ricasoli ricoprì in due occasioni. “E questa la lezione di Bettino - conclude Francesco - per la politica italiana. rigore, sobrietà, capacità di avere ideali e visioni sul lungo periodo. E invece viviamo in un’Italia dove ancora i cittadini sono restii a riconoscersi in questa democrazia e dove la politica è soprattutto demagogia”.

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