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Corriere Della Sera

Scorribande ... Soldati e la sfida (vinta) sul “vino di Milano”... Nella Brianza lecchese: frittelle di parmigiano con caviale di melanzane e bufala... Il simbolo scelto da Pier Giuseppe Penati è il rosmarino, definito “un piccolo arbusto sempreverde che della Brianza può raccontare molte cose”. Mi piace il riposo che offre questo ristorante sulla costa di una collina. Siamo nella Brianza lecchese tra querce, betulle, castagni, agrifogli e robinie, arrivate dal Nord America a partire dal ‘600. Il territorio di Viganò Brianza rientra in parte nel parco regionale di Montevecchia e della valle del Curone, 2.400 ettari per un panorama di colli morenici dove convivono uomini e animali, pietre e piante. Attraverso diversi itinerari si possono scoprire tutti i tesori di questi luoghi, dalle centinaia di specie botaniche alla fauna del parco che va dalla volpe all’upupa, dalla poiana al rospo smeraldino. Non vi interessa il rospo, neanche nell’eventualità che possa diventare principe? Allora ecco chiese, cappelle votive e ville patrizie, costruite soprattutto nei secoli XVI e XVII. Ai piedi dell’imponente Santuario di Montevecchia (174 gradini ma la vista vale la scarpinata) c’è la bella dimora di Maria Gaetana Agnesi, matematica e benefattrice del settecento. Un polmone verde a pochi chilometri da Milano, dove si respira, dove il vento passa tra gli alberi e rinfresca dalla calura (che forse arriva, se l’estate fa il suo mestiere). E qui, dal 1980, l’azienda Santa Croce produce del vino di pregio dopo aver raccolto la sfida lanciata negli anni ‘60 da Mario Soldati. “Un tempo, al tempo del Porta, la Brianza dava un gran vino. Oggi basta guardarsi intorno, nelle valli e sui dossi, perché il cuore si stringa nello spettacolo dell’abbandono. Milano (...) non si rende conto che senza eccessive difficoltà (...) potrebbe reinventare o inventare il suo vino. il “vino di Milano”. Perché no?”. Tutte queste storie (e altre ancora sui prodotti della Brianza lecchese, formaggi e salumi, carni e miele, olio e pane) le apprendo dal vulcanico Pier Giuseppe Penati che mi racconta di suo padre Pierino che, prima di rilevare l’Osteria della Ginetta, era il fattore, il “fatur” di villa Pirovano. Poi è mancato il cuoco e Pierino ha traslocato in cucina. E via, fino all’apertura del proprio locale dove preparava il tradizionale risotto monzese con salsiccia e vino rosso, il pollo arrosto con le erbe aromatiche, la rustisciada. Pier Giuseppe all’inizio non voleva saperne, poi mollò la professione di modellista per fonderia per seguire le orme del padre trasformando una rinomata trattoria di paese in un ristorante dal grande respiro capace di accogliere stanchi viandanti e gourmet esigenti. E ora seguono le sue orme i figli Theo (in cucina), Ronnie (con la sua enoteca) e Rovvena che con la signora Tiziana si occupa del catering. Ma le belle storie di famiglia fanno venire fame e allora ecco che il ristoro arriva dalle frittelle di parmigiano con caviale di melanzane e bufala, dai tagliolini al farro di Brianza, vongole selvatiche, pane piccante, dal manzo cotto a lungo con olio extravergine d’oliva e vino bianco e mazzetta di asparagi. E la gola trova il suo riposo.

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