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Corriere Della Sera

Se lo champagne diventa un’onda rosa ... il successo mondiale dei rosé ... L’ultimo nato è l’OEnothèque 1992, un super riserva che ha trascorso diciannove anni in cantina prima di vedere la luce. Secondo il mitico chef de cave Richard Geoffroy la versione più audace di uno Champagne, “languido e setoso come un assolo di chitarra di Carlos Santana”. E un rosé. Versione extralusso, più facile da trovare da Sotheby’s che in enoteca (supera i 300 euro a bottiglia).
Strano che per l’eccellenza la casa del monaco benedettino abbia scelto un vino dai riflessi corallini? No, in linea con quello che chiede il mercato. La vie en rose dello
Champagne è trainata da Regno Unito, Germania e Stati Uniti, che assorbono il 55 per cento dell’export Questo tipo di Champagne e l’unico a segnare un incremento, rag giungendo ormai 18,5 per cento del totale destinato all estero Nel 1995 la Francia ha spedito in America 227 mila bottiglie di Champagne rosé. L’anno scorso è stata raggiunta quota 2,4 milioni. Gli americani bevono più di una bottiglia su cinque dell’intero stock di rosé che prende il volo dalla Francia. Quasi come i bevitori del Regno Unito (2,8 milioni di bottiglie), che hanno fatto lievitare le vendite delle bollicine rosé del 16,9% nel 2010. L’Italia, quanto a perlage rosato, non è dominata dai francesi: 400 mila bottiglie su un totale di 7,2 milioni importate, per una spesa di poco inferiore ai io milioni di euro. Se spendiamo poco, sostiene l’ultimo rapporto del Comité Champagne, la colpa è “della crisi politica “che fa presagire una crescita inferiore a quella di tutta l’Europa” E poco importa
se, come diceva Emest Hemingway, Io Champagne e (con il caviale) “l’unica cosa che conosca che vale quel che costa”.
La tinta ramata è data dal Pinot nero, aggiunto o fatto macerare. Sono vini che sanno essere misteriosi, profondi. Spesso più cari di quelli color d’oro delle stesse maison. I migliori? 11 britannico Tom Stevenson, l’autore del libro “Champagne”, ha stilato una lista di 12 rosé da stappare tra Natale e Capodanno. Sono il Charles Heidsieck 1999 (“inimitabile”) e la versione Réserve (“maturità perfetta”); il Poi Roger 2002 (“finezza straordinaria”); il Krug (“quasi un crémant”); il Dom Pérignon 2000 (“unico”); l’Henriot 2002 (“incantevole”); il Veuve Clicquot Vintage 2004 (“ricorda l’eccellenza del 1961”); il Ruinart (“delizioso”); il Perrier-Jouet Blason (“una gioia berlo”); il Pommery Apanage (“cobr pesca perfetto”); il Roederer 2006 (“superbo”) e, infine, il Tsarine (“voluttuoso”).
Troppi aggettivi incensanti, è vero. Ma succede spesso con gli Champagne rosé. Che attivano la fantasia dei degustatori. Alcuni scovano sentori di meringhe appena sfornate, altri di confetti alla cannella e di chinotto. Ma se il rosa domina nelle vendite del vino più noto al mondo, è anche grazie a come è cambiata la percezione del colore, da lezioso a simbolo di gioia. È una delle Spiegazioni che Le Figaro, qualche tempo fa, ha dato alla sorprendente crescita del rosé, avvertendo che tanto successo poteva persino diventati un’arma a doppio taglio. Più se ne produce, più cala la qualità. E ci si troverebbe nel flute un vino troppo facile, “da serate con la fisarmonica”. Non quindi un liberatore d’inibizioni
(“una macchina della verità”, lo definiva Graham Greene) o un vino per il piacere, come lo intendeva Oscar Wilde, secondo il quale Io Champagne di qualità “si trova raramente nelle case degli uomini sposati” i francesi hanno risolto il problema così: accanto a una linea di rosé freschi e leggeri, ce n’è un’altra di vini ultra ricercati, quasi da collezionisti, come il Dom Pérignon OEnotheque che il prezzo destina a serate e brindisi eccezionali. Era così ai tempi di Napoleone che lo usava per “coronare le vittorie (o consolarsi dopo le sconfitte)”.

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