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Corriere Della Sera

La tassa etica su cibi e bevande che serve solo per far cassa ... Per spillare soldi al cittadino, lo Stato contemporaneo si è -, ridotto ad inventarsi spiegazioni (morali) di natura teleologica, cioè finalizzate al raggiungimento di un (supposto) risultato benefico. Spiega che tassa certi cibi e certe bevande per il nostro “bene”; perché, ingurgitandoli, ingrassiamo, produciamo colesterolo e tossine di ogni genere che ci accorciano la vita. La spiegazione si fonda sulla convinzione che condurre un’alimentazione sana abbia una sua autorevolezza naturale - che lo Stato ha il dovere di sostenere e persino imporre - indipendentemente dalle ragioni personali che inducono gli uomini a essere molto più attenti alla propria felicità che alla propria salute. Le spiegazioni teleologiche dello Stato hanno, perciò, un difetto: si scontrano con un’altra spiegazione teleologica, che chiamiamo egoismo: la convinzione di ciascuno che, per noi, li bene più grande è ciò che ci rende felici. Molti sanno che ciò che mangiano e bevono è spesso poco salubre, ma non ci rinunciano perché, farlo, procura loro felicità. Sbagliano, è evidente, ma non sono capaci di comportarsi diversamente perché, questa, è la loro natura umana. Una “comunità salubre” non nascerà mal spontaneamente - (forse) neppure attraverso un libero programma di educazione alimentare ma solo coercitivamente, per volontà dello Stato. I totalitarismi nazista e fascista ritenevano che la salute individuale fosse un bene pubblico; che perseguivano coercitivamente, salvo, poi, mandare a morire in guerre da essi stessi fatte esplodere generazioni di loro sanissimi cittadini. L’idea di tassare le bevande dolcificate, per salvaguardare la salute dei cittadini, in particolare dei più giovani - che L’Italia si appresterebbe a adottare, copiandola da quella lanciata dalla vicina Francia per quelle gassate appartiene, dunque, concettualmente, alla casistica delle giustificazioni teleologiche contraddittorie che rivelano li perenne conflitto fra interesse privato e interesse pubblico, malgrado la pretesa di quest’ultimo di conferire spesso un valore morale universale a se stesso. Sarebbe, perciò, una tassa, punto e basta, se non fosse accompagnata (anche) dalla predicazione (morale) sul dovere di salvaguardare, in tal modo, la nostra salute. Insomma: se l’Etica ha un fondamento nella Ragion pratica, qui li solo che vi ricorre è lo Stato per una ragione pratica ben più corposa della salute dei cittadini: la necessità di far cassa per far fronte alle proprie spese. Veniamo, così, al significato, diciamo così politico, della questione. La salute, che piaccia o no, è un fatto personale, che ciascuno gestisce in relazione diretta con la propria libertà di scelta. È una sorta di libero arbitrio qui sotto il profilo gastronomico - che ci allunga o ci accorcia la vita così come li libero arbitrio morale, per li credente, ci guadagna li Paradiso ovvero l’Inferno. A sua volta, lo Stato contemporaneo è spinto a invadere la sfera di autonomia e di libertà (qui, gastronomica) del cittadino, massacrandolo di tasse, perché si è troppo dilatato rispetto alle ragioni che ne avevano prodotto la nascita - la tutela della vita, della libertà e della proprietà degli uomini - e costa troppo. Costretti a vivere sotto un potere pubblico che confisca oltre li cinquanta per cento del loro reddito con la presunzione di essere anche “etico” e, perciò, con la pretesa di pianificare le loro vite (salute e felicità) per ragioni indubitabilmente ambigue - i cittadini dello Stato contemporaneo sono, come si direbbe a Napoli, “cornuti e mazziati”. Non è, francamente, troppo?

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