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Corriere Della Sera

Per un pugno di pannocchie ... Siamo entrati nell’era della scarsità di cibo. Rese in calo, popolazione in aumento. Mangiamo più di quanto produciamo. “Una nuova rivoluzione verde? Solo in Africa” ... Aggiungi un posto a tavola: stasera al ristorante Terra si siedono 219 mila commensali che ieri non c’erano. E così ogni giorno, per via della crescita demografica: 70 milioni di abitanti in più all’anno. il consumo di cereali (base della catena alimentare) è raddoppiato in poco tempo: da 21 milioni di tonnellate (1990-2005) a 45 milioni (2005-2011). Nei prossimi 40 anni dovremo produrre più mais e frumento che nei passati 500. Ma, per la prima volta dalla rivoluzione verde degli anni Sessanta, la resa dei raccolti cresce più lenta della popolazione (aumentata dell’1,4% annuo dal 1990 al 2007). Nello stesso periodo la resa del frumento è salita ogni anno dello 0,5%, il riso della metà. Per sfamare i 219 mila nuovi ospiti quotidiani la resa dovrebbe crescere almeno dell’1,5%. Impresa non facile. L’americano Lester Brown, autorevole fondatore dell’Earth Policy Institute di Washington, pacatamente dice alla “Lettura” che siamo entrati in una nuova era geopolitica, l’era della scarsità alimentare. L’agricoltura al tempo del riscaldamento globale (un aumento di 2 gradi comporterebbe una diminuzione del 30% nel raccolto cli frumento) e degli scellerati biocarburanti. Il livello delle “riserve” è in calo. Nel 2001 nei granai mondiali c’era cibo per 107 giorni, adesso per 74. Secondo l’Onu lo stock di mais negli USa (principale produttore) è al minimi storici: equivale a tre settimane di approvvigionamento. Per la Fao nel 2012 le riserve globali sono scese del 2,6% (il frumento del 5,2%, solo il riso ha tenuto) mentre i prezzi sono saliti: quest’anno i cereali costano ll 10-35% in più (a seconda del prodotto) dopo la siccità che ha colpito grandi Paesi esportatori (dall’Australia agli Stati Uniti passando per l’Ucraina). Per l’Onu si rischia una crisi come quella del 2008. Una tavolata sempre più affollata, con molti piatti vuoti’, è quella che prefigura l’ultimo libro di Brown, Fuil Planet, Empty Plates (appena tradotto in Italia da Edizioni Ambiente con il titolo 9 miliardi di posti a tavola). “Ogni Paese farà per sé”, dice Brown, riducendo la quota per le esportazioni. Il canadese Evan Fraser, autore di Empires of Food, sottolinea che in sei degli ultimi undici anni il mondo ha consumato più cibo di quanto ne ha prodotto. Parafrasando Totò: a proposito di geopolitica, ci sarebbe qualcosa da mangiare?
La mappa del mondo che vedete in questa pagina, riguardante la geopolitica del cibo, presenta una divisione rimasta (quasi sempre) costante nel tempo, con un palo di recenti, salvifiche eccezioni. La “bilancia degli alimenti” vede grandi aree di surplus e di deficit cronico, chi esporta e chi importa. La trama e gli attori fissi del commercio: da una parte i campi americani, dall’altra le città di Europa, Asia, Africa e Medio Oriente. Con le rese agricole stagnanti la vera novità, ovvero il boom nella produzione e nelle esportazioni che ha permesso finora di “ripianare” il deficit (impennata della domanda soprattutto in Africa), si è registrata in due zone: Brasile ed ex Unione Sovietica. I brasiliani hanno arato il cerrado, riuscendo a rendere meno acido il suolo di quella vasta area prima incoltivabile, mentre Russia e Ucraina, con la fine del collettivismo, si sono trasformate in esportatori. Ma il miracolo russo-brasiliano è irripetibile. Sul nostro pianeta (51 miliardi di ettari) le terre emerse totalizzano 15 miliardi e quelle coltivate sono il 10%: 1,5 miliardi di ettari (un ettaro è un quadrato di 100 metri di lato). Secondo l’ultimo rapporto World Bank ci sarebbero ancora 500 milioni di ettari coltivabili (anche se il dato è controverso), concentrati in pochi Paesi dell’America Latina e soprattutto in Africa (la cosiddetta “cintura della Guinea”, che va dal Ghana al Mozambico). E possibile che prenda finalmente piede una rivoluzione verde in Africa? Lester Brown la vede molto dura: Semplicemente “mancano le infrastrutture: la rete dei trasporti, la tecnologia”. Non può essere la Cina il motore della crescita? “I cinesi non hanno margini di miglioramento, anche in termini di rese. Nel 2011 hanno ottenuto la maggior produzione agricola mondiale, ma un terzo è stata destinata a nutrire gli animali da allevamento (più di un quarto della carne mondiale è consumata in Cina)”. Per esempio: hanno prodotto 14 milioni di tonnellate di soia, ma ne ha”no consumate 70 milioni (anche per sfamare un miliardo di maiali). Un altro dato da aggiungere all’equazione cibo: i 27 miliardi di capi di allevamento attuali (dai bovini ai tacchini) secondo le stime Fao. E la Cina, come gli altri maggiori produttori, Stati Uniti e India, ha il problema dell’acqua per l’irrigazione. Brown le chiama “bolle alimentari”, devastanti in prospettiva come quelle finanziarie. “Stanno pompando così tanto da far diminuire le falde acquifere”. Per preservare le riserve, il limite di utilizzo è di 4.200 chilometri cubi di acqua all’anno. Ne stiamo consumando 4.500 (il 70% in agricoltura).
Geopolitica dei piccoli produttori: il nigeriano Kanayo Nwanze dell’Ifad (International fund for agricultural development) scommette sul suo continente. “In vaste regioni del mondo la maggior parte del cibo è prodotto e consumato localmente - dice alla “Lettura” il presidente dell’agenzia Onu specializzata in sviluppo agricolo -. L’Africa ha il potenziale per ridurre la povertà sviluppando la rete dei piccoli produttori (due ettari di terreno o meno), che costituiscono l’80% delle imprese agricole nell’Africa sub-sahariana”. Non sarebbe agricoltura di sussistenza? “Si tratta di sviluppare i canali del commercio tra Paese e Paese, che in Africa oggi sono soltanto del 10% (contro il 70% dell’Europa e il 50% dell’Asia)”. Servono le “infrastrutture”, di cui Lester Brown lamenta la mancanza. E una rivoluzione nella conservazione del cibo, di cui parla Riccardo Valenti, componente dell’Intergovernmental panel on climate change (Nobel per la pace collettivo nel 2007), che evidenzia come anche i Paesi poveri abbiano la stessa percentuale di “spreco” dei ricchi: 30-40%. Da noi un terzo del cibo finisce nella spazzatura, da loro marcisce prima di raggiungere le case. L’industria agro-alimentare italiana secondo Valentini “con più coraggio” potrebbe svolgere un ruolo importante nell’aiutare i Paesi in via di sviluppo a conservare meglio gli alimenti, che saranno “il nuovo petrolio” nell’era “piatti vuoti, pianeta pieno”.

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