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Corriere Della Sera

Il libro di Arianna, Natural woman del vino ... “Soprattutto, sono cambiate le mani. Si sono allargate, si sono intozzite... Lavorare la terra come voglio io è faticoso perché richiede strumenti tutti naturali: falangi, polpastrelli, pollici”. Arianna Occhipinti è la “Natural woman” del vino italiano. È stato un giornalista del New York Times, Todd Selby, a definirla così dopo aver trascorso due giorni con lei nella casa ragusana di Fossa di Lupo, a vederla cogliere fichi d’India e preparare marmellata di moscato. Ora questa definizione è diventata il titolo del libro in cui Arianna si racconta (Fandango, 157 pagine, 13 euro, in libreria dalla prossima settimana). “Natural woman” è quasi un romanzo di formazione, la transizione dall’adolescenza in cui il sogno era diventare una diplomatica con una valigetta per salvare il mondo, fino all’età adulta, all’ombra delle viti. È la storia di una ragazza che a 21 anni scrive una lettera al critico Luigi Veronelli. Da quel momento tutto cambia e Arianna diventa, senza accorgersene, una icona del movimento del vino naturale non solo italiano. “Natural woman” fissa un punto (provvisorio) d’arrivo, il compleanno dei 30 anni. Arianna si sveglia dopo la festa di tre giorni con 150 persone nella casa che è il cuore dell’azienda con il suo nome, dove sono nati i suoi vini, il Frappato, l’Sp68 e tutti gli altri. Ha ancora addosso il vestito acquistato due giorni prima a Catania, color rosso melograno con carretti siciliani dorati e limoni gialli. È il suo primo vestito dopo anni di tute da lavoro e jeans, una nuova pelle che intimorisce chi la indossa. “Questa donna chi diavolo era, cosa voleva? Cosa voleva da me?!”.
È stato lo zio a far prendere alla vita di “Natural woman” la strada dei vignaioli. Si chiama Giusto Occhipinti, produce Cerasuolo con l’etichetta Cos. “Avevo 16 anni, mi chiese a bruciapelo: vieni al Vinitaly con me?”. Ci andò con quell’uomo “dal fascino a lento rilascio” che in cantina usa anfore al posto delle botti. Due anni dopo un’altra domanda secca: che fai dopo il liceo? Decide lui: Enologia a Milano. Iniziano lezioni e viaggi per le cantine d’Europa. “Imparavo a degustare con il naso e con la bocca, legando a determinati profumi i ricordi della mia vita, un po’ come si fa con la musica”. Scrive l’email a Veronelli, citando le note di Nick Cave e le parole di Nicolas Joly, produttore francese, teorico della nuova biodinamica: “Se amate la musica c’è lo strumento, il musicista, e l’acustica. Lo strumento è il luogo dove è stata piantata la vigna. Poi c’è il musicista. Che coltiva. E poi c’è l’acustica: l’agricoltura è l’acustica. Questi sono i tre elementi che compongono l’armonia del vino”. La lettera è un inno alla terra contro la “falsa enologia appesantita da un evidente piede industriale”. Veronelli la pubblica su Ex Vinis, e incontra Arianna, abbracciandola a lungo. Il più noto tra i suoi prof, Attilio Scienza, l’Indiana Jones del vino, la stende: “Stai diventando esoterica?”. Arianna scoppia a piangere. Poi arriva l’urlo. “Gridavo per entrare in contatto con le mie convinzioni”. Che sono concentrate sul vino naturale “per rispettare l’equilibrio della natura in ogni gesto. Il vino naturale è un vino umano”. Milano sta stretta ad Arianna, che decide di tornare a casa, nella Sicilia che per anni è stata Marsala, Malvasia e Nero d’Avola. Così affitta due ettari di vigne vecchie, si fa aiutare dai contadini del posto che la guardano un po’ divertiti fare un lavoro considerato da maschi. Anno dopo anno, arrivano i “riconoscimenti che danno estasi” come un complimento di un grande del vino siciliano, Marco De Bartoli. E poi il film-ritratto “Senza trucco” e i giornalisti americani, mentre l’azienda cresce ed esporta i suoi vini nel mondo. La “Natural woman” cambia e diventa la donna che festeggia la trasformazione nella notte del compleanno numero 30. La sua storia è nelle sue mani: “Il vino si è addentrato nella pelle screpolata, è sceso in profondità, e la pelle non verrà mai più pulita. È l’unico tatuaggio che mi sono concessa. Sono mani diverse da quelle che avevo all’università, ma forse sono uguali nell’animo”

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