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Corriere Della Sera

L’ex broker e il Verdicchio anti-pop ... C’è il vino pop. E poi c’è Pasolini. Corrado Dottori, ex ragazzo milanese di 41 anni, finito nelle Marche inseguendo un’idea del mondo (e del Verdicchio) ha scritto uno dei più bei libri sul vino degli ultimi anni. Contrapponendo lo scrittore anti-pop di Casarsa del Friuli alla cultura pop. Il libro si chiama “Non è il vino dell’enologo” (DeriveApprodi, 13 euro, un piccolo successo editoriale racconta il vignaiolo nel suo blog). Come scrive nella prefazione il regista di “Mondovino”, Jonathan Nossiter, “non è nemmeno un libro sul vino”. È il racconto di un percorso interiore all’ombra della figura del padre. Il vino di Dottori è biologico, ma il sottotitolo del libro, “Lessico di un vignaiolo che dissente”, indica che è più importante l’aspetto politico (la scelta di riappropriarsi della terra) di quello produttivo. Anche perché, ricorda Nossiter, nell’ambiente deturpato “la panacea ironica del Candido di Voltaire - “Il faut cultiver notre jardin” - non è mai sembrata tanto urgente”. Nella vita precedente Dottori è un ex venditore milanese di prodotti finanziari, uno di quei giovani passati dall’università (Bocconi) a una grande banca internazionale. Come quelli che, dopo essersi arricchiti, sono sfilati con gli scatoloni dei licenziati nel 2008, per il crac della Lehman Brothers (“Potevo esserci anch’io tra loro”, pensa ora il vignaiolo). Nel Capodanno del 1999, bevendo Champagne in Costa Azzurra, Dottori decide di appendere il gessato al chiodo e di trasferirsi con la sua compagna Valeria a Cupramontana, il paese del padre. Come in un romanzo di Andrea De Carlo, riparte da zero. C’è una vita da reinventare, in un casolare senz’acqua, telefono, tv. Arriva il padre, silenzioso, nel paese da cui “era leopardianamente fuggito” e che riscopre dopo la pensione. C’è una piccola vigna. “Un ettaro? - gli chiede il primo enologo che consulta - ma allora è solo un hobby”. Corrado ignora le nozioni base di viticoltura, ma vuole cercare l’essenza del vino del posto, il Verdicchio dei Castelli di Jesi. Evita scorciatoie, bicchieri facili e profumi omologati. Ha in testa il concetto della complessità. “I vini - pensa - sono come le persone. Ci sono quelli puntuali e quelli perennemente in ritardo. Ci sono quelli timidi e introversi e quelli solari e simpaticoni. Vini permalosi, orgogliosi, superbi, eleganti, raffinati, ieratici, spirituali. Vini tragici e vini comici”. “Ama i vini irrequieti e i vini classici - sintetizza Giampaolo Gravina nella seconda prefazione -: embè? Forse che la passione per Monk pregiudica l’ascolto di Bach?”. Dopo la prima vendemmia Dottori scopre Luigi Veronelli (“La rivoluzione non è nelle fabbriche, è nei campi”) e la fiera con i vini naturali al Leoncavallo di Milano. La sua azienda, La Distesa, fatica. Il mercato chiede vini morbidi, colorati e potenti. I suoi sono minerali, sapidi, poco limpidi. “Siamo all’estrema rappresentazione della cultura pop - riflette Dottori -. Non c’è alcuna differenza tra il disco costruito dal produttore hip-hop di Los Angeles, grazie a veri e propri algoritmi del successo, e il vino costruito da agronomi ed enologi consulenti, già a partire dalla concimazione del vigneto”. Così il gusto viene manipolato, sostiene Dottori, e cita il Pasolini che “40 anni fa aveva suggerito che il consumismo ha avuto successo laddove nemmeno il Fascismo era riuscito: la totale alterazione delle coscienze”. Cinque anni fa scoppia la bolla finanziaria, i pochi clienti di Dottori pagano tardi o non pagano. Ma piano piano il Verdicchio si fa notare, arrivano gli elogi dei critici e i primi ordini importanti. Intanto il padre muore (la pagina migliore del libro è quella iniziale, sul silenzio dell’obitorio e il desiderio delle note di Miles Davis). Ed è già tempo di cambiare ancora, di “superare il marketing del vino naturale”. La ribellione iniziale (“non una fuga”) diventa quindi la ricerca di una nuova ruralità, di un futuro con una visione concreta della terra. Con un po’ di Don Chisciotte, scrive Nossiter, ma “anche un pizzico di Rabelais e almeno una goccia di Montaigne”. E una sorsata di Pasolini.


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