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Corriere Della Sera

Il nuovo Barolo dalla lotta di classe alle larghe intese ... Ad Alba il debutto dell’annata 2009 ... Gira e gira, tonnellate di parole sul vino italiano, per poi tornare a Luigi Veronelli e scoprire che aveva visto con lustri di anticipo quello che sta accadendo ora. Sulla misurata modernità del Barolo, ad esempio, accostato a un quadro del futurista Carlo Carrà. È la fine del muro contro muro tra Barolo classico e nuovo Barolo. Come hanno capito i giovani vignaioli lontani dagli anni segnati da echi di lotta di classe. Anni, quelli, di vini e proclami. Con un simbolo: l’etichetta di Bartolo Mascarello: “No barrique, no Berlusconi”. Chi era Bartolo Mascarello? “Produttore di Barolo a Barolo - sintetizzò Giorgio Bocca -, uno di quei rari uomini che conoscono il luogo in cui sono nati e vivono, di cosa è fatta la loro terra e le piante e gli uomini che ci vivono”. Era il 1995, da più di un decennio si fronteggiavano il partito dei tradizionali, secondo i quali il Barolo doveva avere aspetto e gusto di sempre, e il movimento dei moderni, che hanno reinterpretato il vino dei padri, anche portando nelle loro cantine le barrique, le piccole botti fino a qualche anno fa osannate da produttori e critici. Ora la divisione tra tradizionali e moderni del Barolo ha lasciato il posto a un’era di larghe intese. La conferma arriverà da domani a venerdì a “Nebbiolo Prima”, al Palazzo Mostre e Congressi di Alba: critici da tutto il mondo valuteranno in anteprima le annate Barolo 2009 (più pronta, evoluta e corposa, perché quella fu una estate calda) e riserva 2007, Barbaresco 2010 e riserva 2008, Roero 2010 e riserva 2009. Duecento le aziende, 300 i vini sui banchi. (Per un confronto tra le bottiglie di oggi e di ieri si può partecipare domenica mattina all’Asta del Barolo, al Castello di Barolo, 27 lotti con annate dal 1982 in poi, basi da 130 a 1.600 euro). Alfio Cavallotto, 40 anni, l’ultima generazione di una famiglia storica del Barolo a Castiglione Falletto, ha le idee chiare sulla pacificazione tra barolisti: “Il conflitto tra noi tradizionali e i super moderni è molto attenuato”. Su cosa vi eravate scontrati? “Ci dicevano che il Barolo vecchio stile puzzava, che sarebbe migliorato con le barrique. Rispondevamo che con quelle piccole botti i vini sembravano tutti uguali nel mondo, sovrastati da legnosità e gusto di vaniglia”. Anni di prese di posizioni nette, come quella di Mascarello che associava i neo barolisti delle barrique ai berlusconiani. “Si sta tornando indietro - spiega Cavallotto - le mini botti si usano ancora ma i legni non sono più troppo tostati. Molti produttori sono passati a quelle più grandi, come si è sempre fatto. Adesso qui, come in Borgogna, siamo concentrati su come il Barolo si esprima da collina a collina, da vigna a vigna negli undici Comuni della zona”. Elio Altare è stato l’avanguardia dei moderni. È fiero delle sue scelte e della sua carriera. Ora ha 63 anni, da 7 è in pensione (la cantina di La Morra è guidata dalla figlia Silvia, trentenne). “Quarant’anni fa qui si lavorava la terra con il bue - racconta -. Noi abbiamo fatto una rivoluzione, abbiamo ridato dignità al mestiere del contadino delle Langhe, portato benessere e migliorato la qualità del Barolo. Prima non riuscivo a vendere neppure le uve ai mediatori e tanto meno il vino. E a che serve il vino tipico se non si vende? Deve essere elegante e fruttato, questa è stata la nostra innovazione. Il vecchio Barolo era quello con l’uva pigiata con i piedi, tutto è cambiato, c’è la tecnologia. Il vino si fa con il cervello, è una interpretazione. Quegli anni, comunque, sono finiti, la vecchia diatriba fra tradizione e modernità appartiene al passato”.
Lo pensa anche Gianluca Grasso, che di anni ne ha 38, figlio di Elio, di Monforte d’Alba che, nella descrizione di Ernesto Gentili e Fabio Rizzari della guida sui vini dell’Espresso, propone un Barolo che sembra la sintesi della nuova era: “Moderno nella consistenza e classico nella capacità di restituire i caratteri delle vigne d’origine”. “Il conflitto è finito - dice Grasso -. Ogni azienda ha una propria visione di produzione e affinamento, l’importante è fare emergere i cru. Cosa è cambiato rispetto alla generazione di mio padre? Abbiamo ridotto la resa delle vigne per aumentare la qualità. Il Nebbiolo è uno dei vitigni più esigenti al mondo: un tempo si reimpiantava la vigna dove a fine inverno la neve si scioglieva prima, ora ci sono i satelliti. E intanto il Barolo troppo vanigliato e legnoso è sparito”. E si ritorna a Veronelli che, nel 1996, a Gianni Salvaterra che gli chiedeva per la rivista americana di arte Index di evocare un’opera pensando a un vino disse: “Agli esami organolettici preferisco l’accostamento a una poesia, a una musica, a un fiore intravisto, a una farfalla che svolazza, massì, pensiamo pure ai grandi artisti, pittori in primis”. E sul Barolo Brunate 1990 di Giuseppe Rinaldi evoca il pittore Carlo Carrà: “Moderno, con misura”.


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