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Corriere Della Sera

L’uomo che fa entrare la storia nel vino ... Marco Simonit è un uomo che rappacifica il tempo. Sembra un protagonista di “Addio all’estate” di Ray Bradbury, il seguito di “Dandelion wine”. Il libro racconta una guerra civile tra giovani e anziani, metafora (con lieto fine) della lotta a invecchiamento e morte. Come nel romanzo, anche nella storia di Simonit il vino ha un posto laterale. Marco, friulano di 47 anni, si occupa di piante. Ha studiato un nuovo (ma antico) modo di potare le viti, grazie al quale gira il mondo 180 giorni l’anno. Così la vita delle piante raddoppia e il vino assorbe la storia. Una risposta moderna alla viticoltura intensiva, che ha infittito le piante e le ha modellate a misura di trattore.
“Pourquoi les italianes?”, si è sentito chiedere, con astio, Simonit quando sbarcò a Bordeaux e nelle terre dello Champagne con il socio Pierpaolo Sirch. Ma ora, dopo due anni, è riuscito a convincere anche i francesi del “valore artigianale” della sua piccola azienda del Nordest (18 dipendenti, due sedi a Cormons, nel Collio, e in Francia). Al punto che il gruppo Roederer (quello dell’omonimo Champagne e del Cristal) gli ha affidato uno studio sul futuro della viticoltura di alto rango francese. Se gli chiedi di spiegare il suo metodo, Simonit estrae un album e disegna. Tutto cominciò così, con un lapis e un foglio.
“Avevo 21 anni, un diploma all’istituto agrario, lavoravo per il Consorzio dei vini del Collio. Guardavo le viti - racconta - ed ero colpito perché le vedevo piene di piaghe. Le disegnavo e lo mostravo a falegnami, enologi, docenti. Volevo scoprire quale fosse l’effetto di quei tagli da potatura. Ho viaggiato, ho studiato, ho scoperto che più il taglio è grande più la pianta si insecchisce e aumentano le malattie. Alla fine ho messo in pratica le mie sensazioni”.
È stato uno dei patriarchi del vino friulano, Mario Schiopetto, a dargli fiducia, consentendo di sperimentare il suo metodo. Ora nell’azienda di Capriva (da poche settimane ceduta al gastroenterologo calabrese Emilio Rotolo, proprietario anche di Volpe Pasini) c’è una palestra didattica in cui si possono studiare le piante potate con il metodo Simonit negli ultimi 25 anni. Lì il più poetico dei vignaioli italiani, Josko Gravner, ha visto le viti coltivate a palmetta e le ha volute per la sua Ribolla. “La condivisione del sapere”, come la chiama lui, Simonit, è un chiodo fisso. Ha appena edito un “Manuale di potatura” (Ed. Informatore agrario, 45 euro) che sarà presentato al Vinitaly, per studenti, vignaioli e appassionati. E ha aperto 12 scuole di potatura in tutta Italia, teoria e pratica in inverno e primavera, formando 2.500 allievi in 5 anni.
“La potatura è un atto innaturale - spiega - la vite è come una liana, se la si lascia crescere diventa un cespuglio. Le mie regole sono: tagli non invasivi, sempre sui tralci più piccoli; favorire il flusso della linfa dal tronco alle foglie e all’uva; stimolare la cicatrizzazione delle ferite. Abbiamo dimostrato si può fare artigianato anche nelle grandi aziende, da Zonin a Cavit”.
“Il salto l’ho fatto nel 2003 - racconta - con i primi contratti: Bellavista, Ferrari, Gaja”. Poi molti altri, Braida, San Leonardo, Allegrini, Colle Massari, Tasca d’Almerita, Zenato: 130 aziende anche in Austria, Germania, Svizzera, Portogallo e California. “In pochi anni siamo diventati preparatori d’uva, siamo gli unici in Europa, e forse nel mondo”. Interventi soffici, come quelli che facevano gli anziani contadini, pianta per pianta, prima dell’arrivo dell’industria. Per vincere il tempo, come in un romanzo di Bradbury.

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