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Corriere Della Sera

San Patrignano, tutto iniziò da un vigneto ... “L’ho tenuto lontano dall’oppio, dalla cocaina e dal cattivo vino di ogni tipo”. Una splendente Michelle Pfeiffer riassume così, nel film “Chéri” di Stephen Frears, l’educazione impartita al figlio affidatole da un’amica. Frase perfetta per i ragazzi di San Patrignano. Che nella comunità più grande d’Europa rinascono lontani dalle droghe e, da qualche anno, vicini a uno dei migliori Sangiovese di Romagna. L’ultimo riconoscimento è arrivato dal presidente Giorgio Napolitano. “Raccontare il vino è raccontare la storia di persone che hanno cambiato in meglio, come i ragazzi di San Patrignano, a cui va il mio plauso”. È il messaggio del capo dello Stato al mondo del vino italiano che per quattro giorni si è dato appuntamento tra colline e bottiglie della comunità, sotto la guida de presidente di Assoenologi Riccardo Cotarella. Il congresso degli enologi è stato anche un attestato di lode a una cantina nata come un laboratorio di speranze per il riscatto per ragazzi. E diventata un panzer biodinamico, 110 ettari, mezzo milione di bottiglie. Fino a conquistare, nel 2002, l’Oscar del vino assegnato dai sommelier italiani.
Il fantasma del fondatore della comunità riminese, Vincenzo Muccioli, non aleggia più su questi campi in cui arrivano le brezze adriatiche. La salma è stata portata a Rimini. Il figlio Andrea ha lasciato. Ora sono Letizia Moratti con il marito Gianmarco a vegliare sulla comunità. L’ex sindaco di Milano incontrò Muccioli alla fine degli anni Settanta. Le cambiò la vita con una domanda: “Credi davvero che un ragazzino di 12 anni possa drogarsi per scelta?”. Da allora Letizia Moratti ha trasformato Sanpa nella sua seconda casa. E ha visto nascere uno ad uno gli 11 vini tra i quali svetta il Sangiovese di Romagna Riserva Avi. Avi come A Vincenzo. Un rosso deciso, con i suoi odori di amarena e viola e il gusto intenso.
“Se riesci in vigna, riesci nella vita”, ripeteva Muccioli, morto nel 1995. La sua prima ospite si chiamava Betty, era il 31 ottobre 1979, c’era un’aria di desolazione, allora. Dopo Betty tanti altri, più di 20 mila. “Per quasi tutti i suoi ragazzi, che si sono salvati, Muccioli è stato un redentore; per qualcuno un despota”, ha scritto Enzo Biagi, ricordando i processi sulle regole (e le catene) della comunità. Finita l’era della polemiche, resta un mondo vitale.
I primi veri passi enologici risalgono al 1992, quando Andrea Muccioli pensò che non si doveva più sprecare l’uva per il vino mediocre, che quel Sangiovese di collina poteva decollare. Anche grazie a Cotarella, che di San Patrignano è diventato l’enologo (gratis).
“Con i ragazzi - assicura - ci capiamo anche senza guardarci: potrebbero fare il vino meglio di tanti enologi affermati e io potrei aiutarli per telefono, talmente siamo in sintonia”. I vigneti sono a Coriano, ad una altezza che raggiunge i 250 metri. Il terreno è calcareo-argilloso. Le uve vengono raccolte e selezionate a mano.
“San Patrignano è nato attorno a un vigneto”, è il racconto di Roberto Dragoni, l’agronomo. Le foto in bianco e nero delle prime vendemmie, con più attenzione alla festa che all’uva da portare in cantina. Quindi il progetto a tavolino, i primi 60 ettari, la cantina con mille e più botti di varia grandezza, la convinzione di valorizzare la terra di Romagna. Il 45% delle viti è di Sangiovese, il 20% di uve a bacca bianca, poi Cabernet Franc e Sauvignon. Con Chardonnay e Pinot nero si produce da qualche anno anche un spumante Metodo classico. Le etichette sono, oltre all’Avi, – Aulente Bianco e Rosso, Vie, Noi, Montepirolo, Avi, Ora, Start e Avenir, ‘Ino e Paratino. Quest’ultimo viene dalla Maremma, da un terreno che un generale in pensione regalò alla comunità. A Cecina, nel 2003, sono stati piantati 6,2 ettari di Cabernet Franc, Petit Verdot e Cabernet Sauvignon.
Sei bottiglie su 10 vengono vendute in Italia, le altre in tutta Europa, negli Stati Uniti, in Giappone. Ora San Patrignano è un centro florido, ha grandi finanziatori, si allevano cavalli da corsa, si producono mobili di design con l’aiuto di 38 architetti (da Pomodoro a Liebenskid) riutilizzando le vecchie botti. Sugli spiazzi fangosi dei primi anni, San Patrignano è diventato un paese: 1.300 “abitanti”, intere famiglie con 70 bambini, e un esercito di più di 400 tra operatori e consulenti. Sono 50 i ragazzi, restano in media 4 anni, fino all’ultimazione del percorso di reinserimento (come nelle altre attività del centro, più di 50). Tenuti, per dirla con Michelle Pfeiffer, “lontano dall’oppio, dalla cocaina e dal cattivo vino di ogni tipo”.

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