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Corriere Della Sera

Langhe e Monferrato, l’Unesco premia gli ex poveri ...
Con Langhe-Roero e Monferrato
sono saliti aSSo i siti italiani che fanno
parte della World Heritage List
dell’Unesco, il patrimonio artistico
e ambientale dell’umanità. Il nuovo
sito Unesco ha una estensione di oltre
diecimila ettari. Le sei zone
principali sono: Langa del Barolo,
Castello di Grinzane Cavour, Colline
del Barbaresco, Nizza Monferrato
e il Barbera, Canelli e l’Asti Spumante,
Monferrato degli “infernot”. Così si legge nella motivazione:
“Un esempio eccezionale di
paesaggio culturale inteso come
prodotto nel tempo dell’interazione
tra uomo e natura, plasmato dalla
continuità di una tradizione antica
finalizzata a una produzione vinicola
di eccellenza”. Il sì definitivo
alla candidatura è arrivato dal comitato
dell’Unesco, riunito a Doha,
nel Qatar.
Quando sono nato, in quei posti
ora protetti dall’Unesco, sui cartelli
stradali che cadenzavano i paesi,
lungo la sinuosa provinciale che da
Montezemolo porta ad Alba, appariva
la scritta “zona depressa”.
C’era povertà, c’era malora, c’era
necessità di scappar via: prima della
guerra, molti erano andati a cercar
fortuna in Francia, in America;
dopo la guerra, molti avevano venduto
quel poco che avevano per an -
dare a trovare un lavoro altrove,
specie in Liguria: diventarono panettieri,
osti, macellai.
Forse è quell’antica povertà che
ha preservato il territorio da un eccesso
di bruttura (capannoni, villette
a schiera, condomini disarmonici...).
Perché poi, quando il vino è
diventato business, il territorio si è
un po’ snaturato (l’Unesco, infatti,
premia a pelle di leopardo). Bartolo
Mascarello sosteneva, nel momento
di massimo splendore per i vignaioli
locali, che al posto dei cartelli
di “zona depressa” avrebbero
dovuto metterne altri: “Zona colpita
da improvviso benessere”.
Ma se un grande patrimonio ha
resistito al tempo - il tesoro delle
Langhe - lo si deve proprio a una
razza di viticultori, tenaci e intelligenti,
che hanno saputo valorizzare,
affinare e rendere grandi i vini
del posto. Mentre il tessuto sociale
delle Langhe cominciava a sfaldarsi
inesorabilmente, un’aristocrazia
contadina (vignaioli, enologi, cantinieri
e nobili imprenditori) ha tenuto
duro puntando sulle uniche
cose su cui si doveva puntare, il vino
e la qualità. E bisogna dire grazie
anche a Carlin Petrini, l’inventore
di “Slow Food”, adesso che in molti
lo prendono in giro per la filosofia
del Km zero. Con lui la Langa ha riperso
a pensare in grande, tentando
di scrollarsi di dosso il cattivo
gusto, i presepi viventi, i finti Pavese,
i finti Fenoglio, i finti Einaudi.
Non si sa bene da dove derivi il
nome Langa: secondo alcuni dal latino
“lingua” e poi dal francese
“langue”, lingua, fascia, striscia di
terra. Secondo altri più probabilmente
da un nome etnico ligure
che sta a significare il castello che
sorge sulla sommità delle colline.
Per noi nativi “langa” è la cresta
della collina, la cima tempestosa.
È come se l’Unesco avesse messo
sotto tutela il paesaggio descritto
da Beppe Fenoglio (un “paesaggio
morale” disegnato da un cartografo
dell’anima) che si stende da Alba,
dove Beppe è nato, verso la collina,
la Langa, quella più alta, quella che
Nuto Revelli ha percorso casa per
casa per descrivere “il mondo dei
vinti”, tanta era la povertà che vi
dominava. E dalla collina ridiscende
giù, spesso in maniera scomposta,
come quando i partigiani conquistano
Alba per 23 giorni: “Fu la
più selvaggia parata della storia
moderna: solamente di divise ce
n’era per cento carnevali”.
Nel dialetto langarolo non esistono
i superlativi e il passato remoto.
L’assenza dei superlativi deriva
dal fatto che, da quando nasci,
c’è sempre qualcuno che ti ripete
“esageroma nen” (non esageriamo).
Quanto alla coniugazione, negare
il passato significa, per fortuna,
vivere sempre nella pienezza e
nella scansione del presente.
Meli vedo i membri del comitato
dell’Unesco, riuniti nel Qatar. Altro
che Fenoglio! La documentazione
che hanno sotto mano è una lunga
fila di bottiglie. Leggono i nomi:
Gaia, Altare, Rivetti, Ceretto, Giacosa,
Chiarlo, Scavino, Conterno, Fantino,
Voerzio, Einaudi, Caviola, Pecchenino,
Braida, Nebbiolo, Barolo,
Barbaresco, Dolcetto, Barbera, Moscato,
Asti spumante... Come potevano
non tutelare tanto bendidio?

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