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Corriere Della Sera

La disfida dei filari di vite in Toscana. “Sono troppi, il paesaggio è di tutti” ... Polemiche per il Piano territoriale in discussione nella Regione ... “Bucolici!” . “Profittivisti!
”. La guerra dei vigneti, seguita a quelle
tra guelfi e ghibellini ,
fiorentini e senesi, pisani e livornesi,
sta spaccando a metà politici e vignaioli,
docenti e paesaggisti come non si
vedeva da tempo perfino in una regione
litigiosa qual è la Toscana. Cuore
della rissa: il nuovo Piano di indirizzo
territoriale . Destinato a diventare il
piano paesaggistico
I temi sono due. Primo : i vigneti sono
sempre e comunque, per loro stessa
natura, bellissimi? Secondo: i colli
toscani appartengono solo ed esclusivamente
ai loro proprietari? E se è così
la pretesa di mettere naso nelle faccende
delle colture e del paesaggio è
una violazione della proprietà privata
da parte della “burokrazja” regionale?
Sì, dice Confagricoltura. E sulla sua
pagina Facebook accusa il piano, elaborato
dall’assessore all’urbanistica e
al territorio Anna Marson, di essere
“vincolistico e bucolico” e di imporre
“solo limitazioni alle aziende vitivinicole
”.
Accuse che l’assessore e il governatore
Enrico Rossi respingono : “Il paesaggio
toscano appartiene a tutti i toscani.
Non solo ai grandi produttori
vitivinicoli. Abbiamo o no il diritto di
chiedere un occhio di riguardo non
solo per la massima produttività dei
vigneti (che preme anche a noi, ovvio)
ma anche per la tutela del paesaggio
storico, unico al mondo, della nostra
terra?”.
Dicono i puristi: il paesaggio storico
è quello dipinto da Ambrogio Lorenzetti
nel celeberrimo “Gli effetti
del buon governo in campagna”: un
sublime accatastarsi disordinato di vitigni
a terrazza, ville, casupole , campi,
pascoli, aceri e boschetti . Quel tipo di
paesaggio che, sostanzialmente rimasto
intatto per secoli, ha fatto la fortuna
della Toscana e dunque va conservato
così com’è.
“Così si torna indietro di cent’anni!
”, ribattono i produttori come Fabrizio
Bindocci, presidente del Consorzio
del Brunello di Montalcino:
“Qui si immagina una agricoltura con
le pecore, i maiali, il boschetto e gli
olivi ma piantar vigne non vuol dire
fare ecomostri !”. L’agricoltura moderna
impone di “plasmare” il territorio
per poterlo usare meglio? Nessun
pregiudizio: “Qui il terreno era ripido
e sei metri più alto, ma con anni di lavoro
l’abbiamo sistemato, ci lavorano
cento persone e abbiamo valorizzato
tutta la zona”, ha spiegato Lamberto
Frescobaldi, il presidente dell’azienda
di famiglia che fa vino da 3o generazioni,
“non si possono demonizzare i
lavori necessari a un’azienda”. “Esser
conservatori in agricoltura non ha
senso”, ha detto al “Corriere fiorentino
” suo padre Vittorio. E le incoerenze
tra produttività industriale e bellezza?
Zero: “Per essere competitivi
servono aziende moderne e belle, chi
viene qui capisce la nostra dedizione
al lavoro e questa bellezza è la nostra
forza”.
Il nodo è la scelta tra due tipi di vigneto,
quindi di paesaggio. Da una
parte quello tradizionale: quella sublime
e disordinata mescolanza di terrazze
di cui dicevamo coi vigneti a
“girapoggio” lavorati nei secoli con la
zappa. Dall’altra i vigneti a “rittocchino
”, grandi distese di filari perfettamente
allineati su colline qua e là piallate
così da consentire l’accesso ai
trattori e alle altre macchine . Le foto
del castello d’Albola nel 1977 e nel
2007 dicono tutto. E divideranno i lettori
come già dividono gli addetti e
perfino (di qua l’assessore all’agricoltura
Gianni Salvadori, di là la Marson)
la giunta regionale: il paesaggio d’oggi
è snaturato o no rispetto a un tempo?
Paolo Socci, che fa un Chianti Classico
a Lamole dove ha riunito 16 poderi,
dice di avere speso “una tombola
” per sistemare i terrazzamenti (“i
morti e gli emigrati si sono portati via
la sapienza”) ma giura che ora, con la
rinuncia al “rittocchino ”, “il vino è
più buono”. Lui stesso, però, rifiuta di
sostenere che l’uno o l’altro dei sistemi
sia sempre e comunque il migliore:
“Dipende da troppe cose: il luogo, il
colle, i venti, l’esposizione al sole... ”.
Quale sia il business dietro la baruffa
è presto detto: 26.120 aziende vinicole
di cui alcune decine molto
grandi, 59.992 ettari di vigneti pari al
7% della superficie agricola, qua e là
un boom di nuovi filari , due milioni e
338mila ettolitri prodotti nel 2013 (un quarto della Puglia ma con tutto un altro
mercato internazionale), un
export di 747 milioni di euro nel 2013,
dai 16 ai 22mila euro di contributi su
ogni ettaro di vigne nuove, 172 milioni
in un decennio aiuti regionali e per
il futuro una pioggia da qui al 2014 di
un miliardo e 700 milioni di fondi europei.
“Appunto! - insiste Enrico Rossi
-. Vogliamo renderci conto che abbiamo
strappato più soldi a Bruxelles
proprio perché non dobbiamo solo aiutare l’agricoltura ma anche tutelare
un paesaggio unico che appartiene a
tutti quelli che amano la Toscana? Non
vogliamo fermare lo sviluppo dei vigneti
ma possiamo o no chiedere che
le distese a “rittocchino” siano interrotte
qua e là da un boschetto, una
macchia, qualche cipresso? Vogliamo
trovare un punto di equilibrio tra il vigneto
competitivo e il “nostro” paesaggio?
”.
“La prova della nostra apertura è
che, nonostante la legge Galasso consideri
sacro ogni bosco, noi consentiamo
di riportare all’agricoltura quelli
nuovi che hanno meno di cinquant’anni
- insiste Anna Marson -. Il
piano vuole solo fissare alcuni punti.
E qualche paletto dove la monocultura
ha spazzato via tutto il resto. E non
solo per questioni paesaggistiche, ma
anche idrogeologiche”.
Altro tema: i vigneti a “rittocchino
”, secondo studiosi come Mauro
Agnoletti, docente di Sistemi agrari,
alimentari e forestali a Firenze, terrebbero
meno in caso di frane. Che la vecchia
agricoltura avesse “tradito” i
contadini appenninici perché incapace
di dar da mangiare a tutti non si discute:
dal censimento del 1921 ad oggi
una emorragia incessante. Che il sistema
a terrazze, però, fosse una garanzia
idrogeologica pare dimostrato,
ad esempio, dalle analisi delle 3o frane
principali che hanno colpito le Cinque
Terre: il69%D degli smottamenti è avvenuto
travolgendo “boschi e arbusti
su terrazzi abbandonati”, il16%o devastando
colture abbandonate e solo il
5,6% solcando terrazzamenti in attività.
Di più: “Nelle aree campione di vigneto
a rittochino l’erosione annuale
è risultata particolarmente intensa, da
23o a 320 tonnellate l’ettaro”. Al contrario
i terrazzamenti “rallentando la
velocità di flusso delle acque ed allungandone
il percorso, determinano un
aumento dei tempi di coltivazione e
quindi consentono una riduzione anche
sensibile dei picchi di deflusso”. A
farla corta: la Grande Onda in caso di
piogge torrenziali “ha con i terrazzamenti
80% a di probabilità in meno di
ripetersi.” Tutte tesi che i viticoltori,
offesi dal sospetto di badare solo al
profitto, respingono: ciò che conta è la
cura del territorio ed è interesse loro,
assicurano, conservarlo con l’amore
del buon padrone. Auguri.
Certo è che da qui al 26 settembre,
termine ultimo per le contestazioni al
piano (oltre tremila pagine di elaborazioni
coltissime spesso illeggibili per i
profani) la polemica sarà infuocata. Il
terrore, per i vignaioli, è che in quella
massa enorme di dettagli gli uffici tecnici
comunali si impantanino paralizzando
tutto. Un rischio che lo stesso
Enrico Rossi, sia pure schierandosi a
spada tratta con la Marson, vorrebbe
evitare con accordi di buon senso.
Purché, si capisce, si diano una calmata
i talebani dell’una e dell’altra parte.

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