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Allegrini 2018

Corriere Della Sera

Il giorno in cui il Papa è diventato sommelier ... Alle dieci del mattino, un Angelo si presenta al Papa. È Angelo Gaja, il più noto tra i vignaioli italiani nel mondo. Con lui ci sono altri 150 produttori, enologi, sommelier, giornalisti del vino: l’udienza papale a più alto tasso alcolico della storia. Il Papa alla fine porta a Santa Marta un diploma di sommelier ad honorem e un tastevin, la ciotola d’argento per le degustazioni.
Il gruppo si insinua tra infermieri in camice bianco, parrocchiani in giacche a vento e bandiere (anche della Sardegna), pellegrini dall’Est con le icone da far benedire, argentini orgogliosi di giocare, almeno un po’, in casa. Bruno Vespa, giornalista e produttore di vino in Puglia, è l’unico che viene riconosciuto tra la folla: qualche devoto lo fotografa, anche con lo strano arnese per i selfie a distanza. I proprietari delle vigne d’Italia omaggiano il Papa che ha un nonno vignaiolo di origini piemontesi. E il Papa li saluta, inserendoli nell’appello tutt’altro che solenne dei gruppi presenti in Sala Nervi, 12 mila fedeli: l’associazione deivolontari ospedalieri di Catania, assieme agli invalidi civili di Roma, agli Amici di Gesù di Bari, ai vigili urbani di Milano e ai loro colleghi di un paesino che usano i fischietti impaurendo il popolo dei multabili. La spedizione è stata organizzata da Franco Ricci, leader della Fondazione italiana sommelier. Appuntamento alle 7 davanti all’Hilton di Monte Mario. Nel buio arrivano pure Fede e Tinto di Decanter, ma solo per scusarsi, non possono venire per un impegno alla Rai. Angelo Gaja si presenta con largo anticipo. Marilisa Allegrini, lady Amarone, ricorda la telefonata di Giorgio Napolitano, che le disse, dopo un pranzo con Massimo Cacciari, ”voi siete l’orgoglio dell’Italia”. Jacopo Biondi Santi, della famiglia che inventò il Brunello, si rattrista parlando dell’ultima vendemmia, così negativa da dover eliminare l’annata. Il marchese Carlo Guerrieri Gonzaga, di San Leonardo, ricorda la sua Prima comunione nella Cappella Sistina con Pio XII. Tutti in pullman con la cassetta di legno (due bottiglie di vino Romanzo, una di olio, una copia della guida Bibenda) che Ricci e Gaja consegneranno poi al Papa assieme al presidente internazionale degli enologi, Riccardo Cotarella. Il grande assente è Massimo D’Alema, produttore di vino in Umbria, amico di Ricci e Cotarella. Ci sono invece, tra i produttori, un altro marchese del vino, Piero Antinori. E poiRoberto Anselmi, Maurizio Zanella, Marina Argiolas, Chiara Lungarotti, Francesco Valentini, Marina Cvetic, Elisabetta Geppetti, Antonio Capaldo, Luciano Sandrone, Francesca Planeta, Nadia Zenato, Ornella Venica, Giancarlo Moretti Polegato, Marco Caprai, Giuseppe Mazzocolin, Alessio Di Majo, Valentino Sciotti, Jacopo Biondi Santi, Augusto Reina, Stefano Zanette del Prosecco doc. E Paolo Cuccia del Gambero rosso, Giovanni Mantovani di Vinitaly, il professor Attilio Scienza, oltre ad un drappello di giornalisti e blogger. Il Papa arriva puntuale alle 10 nella Sala Nervi, i pellegrini lo applaudono come una rockstar, agitando bandiere, striscioni e santini. I vignaioli salgono sulle sedie, in piedi per catturare una immagine ricordo. Nell’agitazione una coppia di fedeli americani crolla a terra, rompendo un sedile di legno. Francesco parla del suo viaggio in Oriente, corregge il tiro sulle famiglie numerose (“la povertà è causata dal sistema che venera il dio denaro, non dalle famiglie con molti figli”) attacca i terroristi (“Nessuna guerra nel nome di Dio”). Non accenna ai produttori di vino e ai sommelier, cita la parabola della samaritana (“Dammi da bere”), ma in un altro contesto. Alla fine, dopo l’intervento e i saluti, tradotti in francese, inglese, tedesco, spagnolo, portoghese, arabo, riceve la delegazione formata da Ricci, Gaja e Cotarella e diventa così sommelier onorario.
È mezzogiorno, l’udienza del mercoledì è finita, tutti di nuovo in pullman verso l’Hilton. Anche l’Angelo del vino.

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