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Corriere Della Sera

Un’Italia da copertina con il marchese del vino ... Trent’anni fa Piero Antinori aveva una folta chioma nera e una cravatta che sembrava disegnata da Mondrian con i colori della terra e del Sangiovese. Apparve così, nel marzo del 1985, sulla copertina del giornale del vino più diffuso al mondo, Wine Spectator. Tra pochi giorni lo stesso giornale arriverà in Italia con un’altra copertina dedicata al marchese che guida il più grande gruppo europeo con terreni ad alta vocazione vinicola, 26 generazioni al lavoro dal 1385. È un omaggio a una storia di Innovatori toscani (questo il titolo). Il marchese Piero è ritratto con le figlie Albiera, Allegra e Alessia: non c’è traccia di vino tra i divani e le poltrone gialle del salone. Tignanello e Solaia, e le altre creature di Antinori (con Giacomo Tachis e Renzo Cotarella come super enologi), sono talmente noti nel mondo da non aver bisogno di immagini. Antinori, 76 anni, ha iniziato a percorrere vigne e cantine nel 1966 e ha visto l’Italia del vino trasformarsi. Negli anni è diventato l’ambasciatore del vino italiano nel mondo, facendo conoscere le bottiglie delle sue 15 tenute in Toscana, Lombardia, Piemonte, Puglia, Umbria (ne possiede altre 7 in Stati Uniti, Cile, Ungheria, Romania e Malta).
In tutto 1.700 ettari di vigneti e 20 milioni di bottiglie l’anno. Come è cambiata l’Italia delle regioni del vino dagli anni del boom? Sono spariti i vini schietti ma rudi raccontati da Mario Soldati. E, ispirandosi a Bordeaux, qualche vignaiolo ha fatto nascere nuovi grandi rossi: il Sassicaia, ad esempio. Il 1966 fu l’anno dell’alluvione dell’Arno. A Firenze, nel Palazzo Antinori, finirono sott’acqua centinaia di bottiglie di vecchie annate. Quell’anno ci fu uno scandalo: un conservante immesso in un lotto di vino Antinori fece ammalare qualche cliente. Si scoprì che la colpa era di un dirigente che venne cacciato.
Niccolò Antinori decise che bisognava cambiare l’immagine dell’azienda e il compito toccò al figlio Piero, che invece sognava di diventare pilota militare dopo aver superato tutti i test. “La mia prima mossa - racconta il marchese - è stata di far arrivare da Bordeaux l’enologo Émile Peynaud, che ci consigliò di usare le prime barrique”. Peynaud era un grande personaggio del vino. “Insegnava all’università di Bordeaux, ma era anche un uomo pratico, gli piaceva darsi da fare in cantina e amava il vino, che beveva anche abbondantemente”.
“L’Italia - racconta Antinori - era quella del fiasco di Chianti, della pizza e degli spaghetti. Il nostro vino di punta era un Chianti Classico, Villa Antinori. Nel 1970 provammo a fare Villa Antinori Vigna Tignanello. L’anno dopo esordì il Tignanello. Dovemmo classificarlo come vino da tavola, la categoria più bassa, perché non rientrava nei parametri del Chianti Classico. Una contraddizione”.
Quel vino, dice Antinori, “fu la pietra miliare della rivoluzione del vino italiano. Prima la nostra viticoltura si basava soprattutto sulla quantità, poi ci siamo dedicati alla qualità. È stato un movimento collettivo, con molti produttori giovani, una nuova filosofia, che si è diffusa in tutta Italia”. Da allora l’Italia del vino è diventata un gigante da 14 miliardi di fatturato, con migliaia di produttori (4.100 solo quelli che hanno esposto le loro bottiglie all’ultimo Vinitaly di Verona). “Negli anni 70 - ricorda il marchese - solo il Piemonte, forse grazie alla vicinanza con la Francia, era già così avanti”.
Ora tutte le regioni, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, possono contare su piccoli vignaioli e medi o grandi produttori che, tra vitigni autoctoni e internazionali, hanno dato una spinta determinante al made in Italy (5,1 miliardi di euro di vino esportato nel 2014).
L’Italia è diventata una miniera diffusa di vini da scoprire.
“Gli appassionati che arriveranno in Italia in occasione dell’Expo - consiglia Antinori - possono puntare su Toscana e Piemonte per visitare le cantine e conoscere i vini. Ma ci sono altre zone vinicole straordinarie, con giacimenti culturali, in Sicilia e in Puglia, ad esempio. Terre in cui il vino e il cibo sono un’attrattiva assieme alla storia”. La diversità dei territori è uno dei punti di forza dell’Italia enologica. “È uno dei nostri valori aggiunti - riflette Antinori -, possiamo scoprire ogni giorno una zona vocata diversa, sia per i bianchi, sia per i rossi. La stessa Toscana non finisce di stupirmi. A parte le zone classiche, Montalcino, Montepulciano, Bolgheri, ci sono Sovana (zona di reperti etruschi) e la Maremma del Sud. Poi le Marche e l’Abruzzo, e molte altre regioni. Una diversità che si basa soprattutto sulla personalità dei vitigni autoctoni che il mondo apprezza sempre di più”. “Perché un Cabernet - è sicuro Antinori - può essere buono ovunque, ma gli appassionati di vino ora vogliono trovare vini unici che esprimono l’identità di una terra”.

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