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Corriere Della Sera

Gigliola e il Brunello “tutto esaurito” … Sfila la banda con gli ottoni, Montalcino freme felice. Il borgo sembra un personaggio di Sandro Veronesi che gusta “una coppa di vino buono dopo i tanti calici amari mandati giù”. Come in “Terre rare” (Bompiani). I musicisti si fanno largo tra i turisti del vino. Un gruppo di brasiliani fa incetta di bottiglie, come in un duty free (a Rio, causa tasse, costa anche il 70% in più), ma trova a fatica l’ultima annata sul mercato del Brunello, la 2010.
Dovrebbe occupare interi scaffali dopo i rituali 5 anni di affinamento. Ma i vignaioli hanno svuotato i magazzini: tutto prenotato e venduto. Se Montalcino fosse un centro commerciale, i display avviserebbero: merce esaurita causa assalto clienti. 
 Vista dal ristorante Le Potazzine, all’ombra della Torre civica questa stagione cancella i momenti difficili di Moltalcino. Sono già dirette al mercato 8,3 milioni di bottiglie (e altre 870 mila destinate a Riserva). “Si va verso il sold out”, dice Francesco Ripaccioli, vicepresidente del Consorzio del Brunello. L’euforia da acquisto, per buona parte americana, si riversa sui 250 produttori. “In due mesi - racconta Gigliola Gorelli della Tenuta Le Potazzine, la stessa del ristorante - le nostre 16 mila bottiglie di Brunello sono state vendute”. La “talebana del Brunello”: così Montalcino chiama Gigliola. Metodi tradizionali, botti di antica e grande dimensione, rigidità contro ogni nuova regola che potrebbe cambiare il Brunello. Le potazzine (dal dialetto, cinciallegre), è il vezzeggiativo con cui chiama le figlie, la liceale Sonia e Viola, che lavora in azienda dopo la laurea. Gigliola aveva comprato un casale del 1300 per abitarci con il marito Giuseppe. Poi c’è stata la possibilità di piantare nuovi vigneti, un bando riservato ai giovani residenti. Bisogna salire i 507 metri d’altitudine sul mini altipiano a Le Prata, alle porte di Montalcino, per capire come questa azienda abbia in pochi anni conquistato punteggi da primato sulle guide e recensioni sul New York Times , al punto che il suo Brunello è stato servito a Obama nella cena all’ambasciata di Roma e, per continuità pop, a Bono degli U2, quando era in vacanza al Pellicano, all’Argentario. Dalle Prate, quando il cielo è terso, si vedono Siena e la Maremma. “Negli Anni 50 nessuno voleva queste terre, troppo alte. Il cambiamento del clima le ha rese speciali. Quando gli altri vendemmiano ad agosto, noi aspettiamo ottobre. C’è più fresco e un vento che spazza via funghi e batteri sulle viti, così possiamo evitare di spargere anticrittogamici”, racconta Gigliola. “Le viti producono poco, un chilo a pianta, così la qualità dell’uva è superiore. La fermentazione avviene in modo naturale, nessun filtraggio. Qui non ci sono Super Tuscan, abbiamo sempre e solo investito sul Sangiovese. Se lo coccoli, questo vitigno ti dà di più”, spiega Giuseppe. Un tunnel con luci teatrali porta ad una cantina-atelier, con sipario di tende rosse. Qui si affina il Brunello, in botti da 30 e 50 ettolitri. “Le barriques? Non sono nella mia ideologia”, dice la “talebana”. Si spilla il Brunello del futuro: prima sorpresa, la Riserva 2011, sul mercato fra 2-3 anni: velluto, caffè, complessità. Poi, in bottiglia, seconda sorpresa: il Rosso, fratello talvolta minore del Brunello, il 2006 è teso e fresco. Ha iniziato presto Gigliola, a 19 anni, prima da Biondi Santi, poi aprendo un’enoteca. Il padre, 93 anni, lavorava al Castello di Argiano: “Non è stato facile convincerlo che meno uva davano le viti meglio era. Diceva che era uno spreco”. Ora è anche lui un fan delle Potazzine. Pronto, come Sandro Veronesi, a citare Juan de La Cruz: “Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai”.

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