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Corriere Della Sera

Mi capita spesso di ripetere che i due pilastri del mangiare moderno sono il ristorante e la tv. Il ristorante è il luogo in cui si mangia e si beve fuori casa e si spera di mangiare meglio che a casa. La tv promette di insegnare a mangiare e a bere meglio anche a casa. Ma non sempre le cose funzionano per il verso giusto.
Partiamo da uno sketch famoso: Antonio Albanese nelle vesti del degustatore di vino (annusa, scruta, ricerca con impegno il bouquet per stabilire infine se un vino sia bianco o rosso) è la più perfetta caricatura del nostro nuovo rapporto con la buona tavola e il buon vino. D’un tratto, siamo diventati tutti gourmet, esperti di vitigni, frequentatori assidui delle strade e dei saloni del gusto. D’un tratto tutti diventano produttori di vino (personaggi del mondo dello spettacolo, ex politici, ricchi finanzieri), potendosi permettere di strapagare un buon enologo. Quando ripenso a quello sketch, comincio a credere che oggi il vino sia vissuto spesso come uno status symbol. Niente di male per carità. L’unica cosa che temo è che si dimentichi che il vino è una delle espressioni più alte della cultura materiale, memoria di una civiltà antica, tratto saliente dell’identità del nostro Paese. Basta con quel roteare di calici, sospirando di aromi fruttati, di note di vaniglia, noci, miele, albicocche secche, caffè, marmellata di frutta bianca, di combinazione accattivante di freschezza e maturità! Per fortuna ogni anno, a consolarmi, c’è il fondamentale libro di Luciano Ferraro e Luca Gardini “Vignaioli e vini d’Italia” (edito dal Corriere della Sera). Il pregio principale della guida è di raccontare la storia che si nasconde dietro ogni grande bottiglia, la passione e la dedizione che sta dietro a ogni bicchiere di buon vino. E, soprattutto, di presentare i volti dei produttori. Anni e anni di sacrifici per ottenere un prodotto speciale; anni e anni di sforzi e tormenti per farsi conoscere. Inoltre, la guida mantiene il proposito di offrire uno sguardo sui grandi ma anche su una produzione meno conosciuta, quella degli “artigiani della vigna”, che tracciano nuovi percorsi olfattivi cercando di superare “le ovvietà del bicchiere” grazie a una personale ricerca fatta di tradizione ma anche di sperimentazione.

Sfogliando il libro mi viene una gran voglia di compiere piccoli esercizi di fisiognomica. Mi piace scrutare la faccia dei produttori: dal loro sguardo, dai loro occhi, dalle loro rughe mi immagino la vita quotidiana, l’amore per la vigna (senza amore, dalla vigna, filare dopo filare, non nasce nulla di buono, non basta il lavoro di cantina), il complesso transfert per spostare sentimenti, emozioni e pensieri da un singolo produttore alla sua bottiglia. Il vino, infatti, è un accordo in mezzo ad altri accordi: il mangiare, l’educazione, l’ambiente, la moderazione, l’armonia. Il libro racconta storie di uomini che stanno facendo grande, in tutto il mondo, l’enologia italiana. Parla del loro coraggio, dell’impegno sul territorio, del mondo che misteriosamente è racchiuso in una bottiglia, quasi fosse un messaggio gettato in mare.

E poi, come scrivono gli autori, “il vino italiano può diventare una delle locomotive della ripresa. Le premesse ci sono: siamo i primi al mondo per quantità, possiamo conquistare, prima o dopo, il podio della qualità, detronizzando i francesi. È il momento, per piccoli vignaioli e imprenditori, di gustare “una coppa di vino buono dopo i tanti calici amari mandati giù”, come fa un personaggio di Sandro Veronesi in “Terre rare”. Cacciando i “pessimismi”. Allora, per brindare, almeno idealmente, vorrei riproporre una delle più straordinarie poesie di Dylan Thomas dedicata al pane e al vino: “Questo pane che spezzo un tempo era frumento,/ questo vino su un albero straniero /nei suoi frutti era immerso. L’uomo di giorno o il vento nella notte /piegò a terra le messi, spezzò la gioia dell’uva. In questo vino, un tempo, il sangue dell’estate /batteva nella carne che vestiva la vite; /un tempo in questo pane, /il frumento era allegro in mezzo al vento; /l’uomo ha spezzato il sole e rovesciato il vento. /Questa carne che spezzi, questo sangue a cui lasci /devastare le vene, erano un tempo /frumento ed uva, nati /da radice e da linfa sensuale. /È il mio vino che bevi, è il mio pane che addenti”. (“Questo pane che spezzo”, 1933).

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