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Corriere Della Sera

“Sono Sting, un vignaiolo italiano” ...
Sting lo chiama “il mio senso di lealtà”. Quando aveva 8 anni un amico di famiglia partì per il Canada lasciandogli una chitarra che diventò il mezzo per “fuggire dall’infelicità”. Gordon Matthew Thomas Sumner, questo il suo vero nome, sognava di scappare da Wallsend, l’ultimo avamposto orientale del Vallo di Adriano, il paese nel Nord Est del Regno Unito dove è nato 65 anni fa. Vedeva “migliaia di uomini lavorare ogni giorno nei cantieri navali”. E giurava che non sarebbe finito come loro. Ci è riuscito ma l’anno scorso è tornato a Wallsend: a quei cantieri ormai chiusi ha dedicato uno spettacolo per “pagare il debito alle radici”. Ora è pronto a un altro tributo, verso l’Italia. Che lo ha fatto diventare produttore di vino. Anzi, uno dei 101 migliori produttori di vino italiano, secondo la rivista Wine Spectator che lo ha incluso nella lista di OperaWine, l’evento che aprirà il Vinitaly.
“In qualunque parte del mondo io sia, ordino vino italiano – racconta Sting -. Ho un senso di lealtà verso l’Italia e mi piace molto bere Barolo o Brunello di Montalcino”.
“Noi apparteniamo alla Toscana”, gli fa eco Trudie Styler, attrice e produttrice di film, la seconda moglie con cui Sting ha avuto quattro dei suoi sei figli. Quando Sting e Trudie si sono sposati hanno scelto un vino italiano. Ricorda lei:
“Era il Cervaro della Sala dei Marchesi Antinori”, un longevo Chardonnay umbro (con aggiunta di Grechetto). “Bevo il Cervaro da 24 anni – aggiunge – poi amo i vini bianchi del nord Italia. Uno dei preferiti è il Ronco delle Mele, un Sauvignon. E mi piace il nostro bianco, il Beppe”.
Sting e Trudie hanno scelto di prendere casa in Toscana 25 anni fa, quando stavano trascorrendo le vacanze in provincia di Pisa. “Eravamo in una villa in affitto – ricordano – nostra figlia Coco è nata lì, mentre passavamo bellissimi mesi. Per molto tempo abbiamo cercato una tenuta che fosse nostra e finalmente, nel 1999, abbiamo trovato Il Palagio. Abbiamo capito subito che sarebbe diventata una casa per la nostra famiglia, per crescere i bambini e per il loro divertimento. E per i nostri amici che ci sarebbero venuti a trovare. La Toscana è un posto cui ormai sentiamo di appartenere e il Palagio ha la tradizione e la storia di cui speravamo di fare parte”.
Su quella collina a qualche decina di chilometri da Firenze, con 350 ettari a disposizione, Sting ha ricordato gli anni in cui era “culturalmente un bevitore di birra, dai 16 anni in  poi a Wallsend, ignorando il vino fino ai 30″, come ha raccontato al magazine  “Wine Enthusiast”. Nel 2003, dopo l’uscita del suo settimo album, Sacred Love, Sting ha sofferto di una sorta di blocco dello scrittore. Dalla chitarra è passato al liuto, puntando sulle musiche di John Dowland, compositore del sedicesimo secolo, lo stesso del Palagio. Si è dedicato con Trudie al restauro del palazzo che stava cadendo in rovina, gli ultimi lavori erano stati ordinati all’inizio del secolo scorso dal duca Vincenzo Simone Velluti Zati di San Clemente.
L’ex cantante dei Police ha deciso di produrre vino, la prima bottiglia è arrivata nel 2007, con il nome di una sua canzone sull’etichetta, “Sister Moon”. Dopo il nuovo impegno agricolo, la vena creativa è ritornata. Con un tuffo nella memoria, pensando alla casetta a schiera in cui abitava, oscurata dalle sagome dei mercantili.
Ha creato “The Last Ship”, musical e album sulla storia di un gruppo di operai dell’Inghilterra tatcheriana che costruiscono l’ultima nave per salvare il cantiere. E ha idealmente varato questa nave dei ricordi lanciandole contro una bottiglia del suo Sister Moon.

“Questo vino – spiega Trudie – è il frutto della selezione delle nostri migliori uve, innanzitutto Sangiovese, poi Merlot e Cabernet Sauvignon. Normalmente il Sangiovese è presente intorno al 50% , mentre le percentuali di Cabernet Sauvignon e Merlot variano di anno in anno a seconda della stagione e della qualità. E’ un vino aristocratico, per la sua anima toscana data dal Sangiovese, ammorbidito nella sua ruvidezza dal tocco del Merlot e reso più raffinato dal Cabernet Sauvignon. Più che sulla forza punta sulla finezza dei profumi, sull’armonia e sull’eleganza. Complesso ma anche godibile, da bere subito oppure tra qualche anno. Rappresenta molto bene anche la bellezza del Palagio. Il nostro desiderio è di offrire al mondo un vino che venga apprezzato per la sua unicità”.
Gli americani di “Wine Spectator” lo hanno elogiato e Sting sembra compiaciuto come (o forse di più) per una buona recensione di un suo album.

“Devo dire – ammette – che per un produttore vedere il proprio vino e la propria azienda nella top 100 italiana di Wine Spectator è prima di tutto un sogno. Qualcosa che può accadere poche volte nella storia di una cantina, considerando il numero di vini eccellenti e di produttori di grande livello presenti nel panorama Italiano”. Se l’aspettava? “Francamente no. Ovviamente sono lusingato di essere in compagnia delle grandi firme del vino Italiano. Sono sorpreso di essere presente in questa speciale Lista , ma non sono affatto sorpreso della qualità e delle peculiarità del nostro Sister Moon, un vino che di anno in anno ha sempre espresso il meglio delle caratteristiche del nostro terroir. Un vino che , sin dall’inizio , ha mostrato di avere un grande carattere , incoraggiandoci a seguire la strada della qualità ed ottenendo così il gradimento dei nostri clienti”.
Sting definisce la Tenuta Il Palagio “una giovane realtà nel panorama del vino Italiano”. Ma rivendica la fatica (e gli investimenti) che lo ha portato nella top list, unico non italiano a fare un altro mestiere, la rock star.

“Questo risultato di OperaWine parte da lontano. E’ il frutto di anni di un serio lavoro fatto in vigna, dove si cerca di creare i presupposti per avere un uva sana e di grande qualità. Abbiamo messo al primo posto il rispetto dell’ambiente, abbiamo cercato di lavorare affinché i nostri vigneti raggiungessero quell’equilibrio necessario ad avere un prodotto sempre di alto livello, pur nella diversità delle annate”.
Sting ha scelto le regole della biodinamica nella tenuta.

“So che la terra ha bisogno di lavoro, di tempi lunghi e di dedizione, e che per arrivare al massimo non bisogna trascurare nessun dettaglio. Per questo non sono stupito della qualità del mio vino e sono contento che , in una particolare annata (2011), dove le condizioni sono state favorevoli, siamo arrivarti ad avere un risultato di eccellenza tale, che oggi ci ha permesso di essere qui a parlarne”.
Ma non avrà pesato, sulla scelta di inserire il suo nome nella lista dei 101 la sua celebrità, la forza di attrazione del nome? Sting non usa giri di parole:

“Credo che sia impossibile in quest’epoca ignorare l’impatto che un nome famoso ha sul successo di un marchio. Detto questo, l’esame critico del vino è stato decisivo. La vera gratificazione è essere riusciti ad ottenere un vino che piace grazie ai propri meriti”.
Sting e la moglie seguono direttamente l’attività agricola, anche se è difficile immaginarli impegnati nei lavori manuali. Dice Trudie:

“Siamo molto coinvolti nelle decisioni sui metodi che vogliamo siano impiegati nella coltivazione delle nostre vigne. Siamo in contatto con i nostri enologi Daniel O’Donnell e Paolo Caciorgna, e con il nostro amministratore della tenuta Paolo Rossi. Durante l’anno siamo spesso al Palagio per consultazioni, e andiamo per la vendemmia e durante le degustazioni dei vini”.
Con un “senso di lealtà” verso l’Italia.

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