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Corriere Della Sera

Trentodoc, l’aura irresistibile delle bollicine di montagna ... Esistono terre del vino che emanano una sorta di aura. Una luce che si sparge dal suolo e che fa star bene, come quando si attraversa la sala di un museo ricco di quadri. Le piane e le alture di Trento possiedono quest’aura. Le vigne si arrampicano verso l’alto, da una parte all’altra dei tornanti. Chardonnay e Pinot nero trasformati nelle “bollicine di montagna” Trentodoc, la prima denominazione di origine controllata in Italia riservata al Metodo classico, dal 1993. Il frutto di un’addizione: lavoro della gente di montagna più vigne circondate dalle Dolomiti, uguale aura di bollicine.
“L’aura - racconta Allan Bennet in “Una visita guidata”, Adelphi, sulla National Gallery di Londra - è ciò che mi spingeva ad attraversare una stanza per andare a guardare un quadro e (lo dico con qualche imbarazzo) mi faceva venir voglia di portarmelo a casa”. Un imbarazzo che non si prova nel museo naturale di masi e i filari del Trentodoc: qui si può portare a casa il paesaggio sotto forma di bottiglie. Basta scegliere tra 120 etichette di Trentodoc. Dalle 45 cantine partono ogni anno per l’Italia (78%) e per il mondo quasi 7 milioni e mezzo di bottiglie, 80 milioni di euro (con una crescita dell’11% nel 2015). Vini spesso sorprendenti, come quelli della Valle di Cembra.
Si parte dal cinquentesco Palazzo Roccabruna, sede dell’Enoteca provinciale, dove si degusta l’intera gamma Trentodoc. Sembra di essere finiti a una festa da ballo del Conte di Luna, Claudio Fernandez de Quinones, ambasciatore del Re di Spagna che arrivò a Trento per il Concilio e non se ne andò più da queste sale affrescate. Marmi e busti di imperatori romani che sorvegliano la schiera di bottiglie messe in mostra dalla Camera di Commercio. A mezz’ora d’auto, tra viti su monti divisi in terrazze, ecco Alfio Garzetti, nella sua nuova e antica cantina, quasi l’archetipo della viticoltura trentina. Nell’800 crescevano Schiava, Nosiola, Teroldego, il vino veniva venduto sfuso. Il vignaiolo era un signore severo e barbuto come Karl Marx, Napoleone Rossi. Il suo discendente Gianfranco studiò con Gino Lunelli, il patriarca della famiglia che ha trasformato in oro l’idea di Giulio Ferrari, produrre nel 1902 spumante tra i monti.
“Negli anni Ottanta - racconta Garzetti - si iniziò a capire che Chardonnay e Pinot nero potevano dare in Valle di Cembra risultati straordinari e che bisognava puntare sul Metodo classico”.
L’intera provincia, dai tiepidi campi sul Lago di Garda ai rilievi dove arriva il vento gelido della Marmolada, ne è convinta. Le “bollicine di montagna” sono ormai un eno-distretto più che noto, con punte di eccellenza e una qualità media, dai micro vignaioli alle grandi cooperative, sempre più elevata. La tendenza è diminuire la potenza, ridurre i dosaggi e lasciare spazio all’eleganza. Con stili sempre più riconoscibili, zona per zona.
Seguendo questa traccia la cantina di Rossi-Marx a Verla di Giovo dal 2007 si chiama Opera e punta, spiega Garzetti, “sulla declinazione verticale del Trentodoc. Vini dal gusto dritto e tagliente come spade, grazie alle radici delle viti che si fanno largo tra il porfido e le rocce calcaree delle Dolomiti”. Sapidi e freschi, riposano 80 mesi sui lieviti, ben oltre il tetto dei 15 mesi fissato dall’Istituto Trento Doc, l’organismo nato nel 1984 che garantisce e protegge le bollicine di montagna, con il supporto della Fondazione Mach. Un sodalizio “in cui la voce dei soci, grandi e piccoli, ha la stessa importanza - chiarisce il presidente Enrico Zanoni - abbiamo rotto l’inerzia del passato”. Zanoni, al vertice da 5 anni, e il suo braccio destro, Sabrina Schench, hanno messo il turbo alla gente di montagna con una serie di mosse per dare più visibilità ai loro vini: tra queste il patto con i Master of Wine, i super esperti mondiali e quello con l’Associazione italiana sommelier per l’elezione del migliore dell’anno.
“Un fase di crescita”, come la definisce Zanoni, che i vini raccontano. Lo stile delle Riserve di Opera (la 2008 è sul podio) si ritrova nelle bottiglie della piccola cooperativa Cembra, soprattutto nell’Ororosso 60 mesi Dosaggio Zero, perlage esplosivo e gusto agrumato. Vinoso, sportivo e con passo montano il Riserva 2011 Nature di Bellaveder, otto ettari a Faedo che Tranquillo Luchetta cura con le pratiche bio (testimonia la nuova sensibilità ambientale del Trentodoc). Scattante, e non poteva essere altrimenti, il 51,151, il Brut Riserva 2011 che il campione Francesco Moser, con il figlio Carlo, ha dedicato alla sua vittoria più clamorosa, il record dell’ora conquistato nel 1984 a Città del Messico.
“La maggior parte delle cantine del Trentodoc - sintetizza Zanoni - sono piccole, spesso le nuovi generazioni hanno trasformato il maso di famiglia. Una decina quelle che producono circa 50 mila bottiglie l’anno”.
Poi ci sono i grandi: in testa Ferrari, il marchio più celebre, un monumento della denominazione, con la sua profonda Riserva Giulio Ferrari. E Cavit, che ha trovato l’eccellenza con la linea Graal di Altemasi, inseguendo la longevità (l’annata 2005 guizza e soddisfa). Quindi Rotari, con gli Alperegis e una Riserva Flavio (2007) ricca di profumi e sapidità. Se si cerca una traccia conosciuta, il Madame Martis Riserva (2006) di Maso Martis conduce per mano verso il classico mix di agrumi e pasticceria, mentre Metius della famiglia Dorigati, vira su toni fruttati con un tappeto sostenuto di perlage. Migliorie continue in casa Pisoni, storica azienda battuta da venti lacustri: le scelte sostenibili trovano nella Riserva Extrabrut (2008), 90 mesi sui lieviti, l’espressione più soffice e ampia. Interessanti e ricchi i vini di Endrizzi, Piancastello e Masseto Privé (ultima nata la Riserva 2008). Mentre Letrari, a Rovereto, elabora versioni che risentono l’influenza della pianura assieme a quella delle montagne, serene e robuste come il Dosaggio Zero Riserva 2009.
Ma le descrizioni tecniche sono riduttive. Perché in tutte queste bottiglie Trentodoc si scorge l’aura. “L’aura? Posso solo dire che quando la vedo la riconosco”, scrisse Bennet davanti alla luce crepuscolare del “Tramonto” di Giorgione.

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