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Corriere Della Sera

Rossi e toscani, i tre vini dei cervelloni: “Così promuoviamo ricerca e talento” ... Le bottiglie di Tenuta Ghizzano e Scuola Sant’Anna. E le anfore di Ginevra... Il vino dei cervelloni è rosso e toscano. Lo si trova alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa. Tra robot medici e arti bionici, ecco le bottiglie della Tenuta di Ghizzano. Presenza inusuale al negozio dell’ateneo, tra magliette, penne e “zaini porta computer. “Noi siamo impegnati nella ricerca di frontiera e nella formazione che promuove il talento”, dicono alla Scuola. L’idea che un vino toscano possa valorizzare il club di geni (ha sfornato tre Premi Nobel, Giosuè. Carducci, Enrico Fermi, Carlo Rubbia) fa venire
Sull’etichetta si trovano i nomi della cantina e anche dell’ateneo in mente una citazione del filosofo Arthur Schopenhauer: “Un talento colpisce un bersaglio che nessun altro può colpire; un genio colpisce un bersaglio che nessun altro può vedere”. Il risultato sono tre bottiglie con a fianco i nomi della cantina e della Scuola (dove si organizza anche un master su “Vini italiani e mercati mondiali”). La vignaiola è Ginevra Venerosi Pesciolini. “Tenuta di Ghizzano - racconta - è antica: la torre della cantina è del 1370. Mio padre, Pierfrancesco, ha capito nel 1985 che il vino poteva cambiare tutto in questi 350 ettari. Prima di allora vendevamo sfuso. Nella zona nascevano solo vini quotidiani, senza ambizioni, anche se c’erano tutte le condizioni ideali per grandi rossi, le colline a 200 metri d’altezza, la vicinanza dal mare”. Ginevra sorride ricordando quegli anni: “Mi sembra un secolo fa. Papà lavorava in un laboratorio farmaceutico. Voleva produrre un solo grande vino, si ispirò al Sassicaia. Si fece aiutare e consigliare dall’amico Giorgio Meletti Cavallari, il fondatore della cantina Grattamacco a Bolgheri”. Nasce così il Veneroso: Sangiovese e Cabernet Sauvignon. Solo 4.000 bottiglie. “Arriva il successo, il Veneroso si trova persino da Maxim, a Parigi”. Una svolta, ma non tale da convincere il conte Pierfrancesco a far lavorare con lui la figlia Ginevra, seconda delle tre sorelle. “Studia qualcosa di diverso da Agraria, mi diceva, con l’agricoltura non ci si mantiene, può essere solo un secondo lavoro”. Lei si laurea in Lingue e finisce in una casa editrice a Milano, Ponte alle Grazie. Poi nel 1994 decide di tornare a casa, per sostituire la
segretaria nell’azienda agricola. “Pensavo di limitarmi ad usare la macchina per scrivere e al fax”. E, invece, il suo arrivo cambia tutto. È un debutto timido, guardingo. La cantina stava crescendo. “Nel 1996, era appena nato il nostro secondo vino, il Nambrot, che prende il nome da un nostro avo, Franco Nambrot, paladino di Carlo Magno”. Il vino, Merlot, Cabernet Franc e Petit Verdot, è potente, concentrato e ricco di influenze di rovere. “Un beniamino di quella cultura italiana del vino che ama vitigni francesi e barriques”, scrive la critica Jancis Robinson. “Frutto di una lavorazione molto convenzionale, eccellente, ma senza rischi”, secondo Ginevra. “Ci ho messo anni per capire cosa fare, nel 2003 ho trovato la mia stra-da, prima la svolta biologica. Via concimi organici, diserbanti, insetticidi e anticrittogamici. Poi la biodinamica, seguendo le idee di Nicholas Joly, il guru francese di questa pratica”. E i vini cambiano, soprattutto il Nambrot diventa più espressivo, come fosse libero di parlare una lingua diversa, balsamico e speziato con una freschezza che si sbarazza dell’eredità legnosa. Il legno è sempre meno presente. “Non voglio assolutamente che prevalga sul frutto. Adesso mi sto dedicando alle anfore di cocciopesto, le Drunk Turtle, con materiali che fanno pensare alla tradizione fenicia e romana. L’esperimento è iniziato nel 2015. “Fra tre anni sarà pronto il Veneroso affinato nel cocciopesto. Un contenitore non invasivo, un impasto crudo composto da cocci di laterizi macinati, frammenti di pietra, sabbia. Aiuterà ad esprimere il Sangiovese in tutta la sua freschezza”. Ginevra fa parte della federazione dei Vignaioli indipendenti. Si occupa di 20 ettari di vigneto, di altrettanti di oliveto (il resto è bosco o coltivato a cereali). Produce 70 mila bottiglie. “Siamo in 12 al lavoro nella Tenuta, dopo la vendemmia scegliamo gli acini a uno a uno, pigiamo ancora l’uva con i piedi. Oltre al Veneroso (Doc Terre di Pisa, 24 euro) e al Nambrot (Igt, 38 euro) produce il Ghizzano rosso e bianco (il primo Sangiovese con Merlot), il secondo Trebbiano, Malvasia bianca e Vermentino, entrambi Igt Costa Toscana (12 euro). Con Trebbiano, Malvasia bianca e Colombana si fa il Passito (Igt, euro) Veneroso, Nambrot e Ghizzano rosso sono i tre finiti all’Università, colpendo un bersaglio che gli altri non hanno visto.

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