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Corriere Della Sera

Alibaba riapre la via della seta … I piccoli in Cina con il gigante dell’ecommerce Sulla piattaforma digitale presenti mille brand e oltre 150 imprese tricolori... Negli ultimi dieci anni sono state tante le piccole e medie (ma anche grandi) imprese italiane a rendersi conto che la Cina non è vicina. Almeno commercialmente. Quello cinese resta uno dei mercati più appetibili per ritmi di crescita e potenziale di acquisto ma con leggi restrittive, barriere burocratiche, dazi e differenze culturali tali da rendere lo sbocco cinese complesso e selettivo. In compenso però su quel mercato opera una piattaforma di ecommerce come Alibaba che conta 443 milioni di utenti attivi, di cui l’80% tra i 19 e i 30 anni. Ci sono 12 milioni di aziende che vendono in Cina sulle piattaforme di Alibaba. “Ogni giorno sulle piattaforme Alibaba - spiega Rodrigo Cipriani Foresio, managing director di Alibaba per il Sud Europa - ci sono circa un miliardo di prodotti in vendita e quasi sempre a produrli sono piccole e medie imprese. Del resto la mission iniziale, quando nacque Alibaba 17 anni fa, era proprio quello di aiutare le Pmi sul mercato cinese”. Nel frattempo però il giro d’affari è salito a 485 miliardi di dollari con 450 milioni di clienti facendo del gigante guidato da Jack Ma un player globale. “Da ottobre 2015 - ricorda Cipriani - Alibaba ha aperto 12 uffici in tutto il mondo per spiegare alle aziende come funzionano le piattaforme e come fare per rendersi visibili. La sede di Milano è stata attivata per prima in Europa a testimoniare l’importanza strategica che l’Italia ha per il mercato cinese. Non a caso sono oggi presenti oltre 150 store italiani sulla piattaforme Tmall e Tmall Global e i brand tricolore sono più di mille. E 50 di questi store sono stati aperti proprio da quando è stata inaugurata la sede italiana”. Gli strumenti - Tmall e Tmall Global sono le piattaforme che permettono la vendita diretta dei prodotti ai consumatori cinesi. “Per essere su Tmall - spiega il managing director di Alibaba - bisogna avere la legal identity cinese. Dal 2014 è attivo anche Tmall Global che permette anche alle aziende senza la legal identity cinese e che non hanno presenza fisica in Cina di vendere onilne. Un vantaggio considerevole per le piccole e medie imprese, quelle che difficilmente possono permettersi una presenza aziendale su suolo cinese ma che così non rinunciano all’esportazione in quel paese. Tmal Global, inoltre, permette di testare il mercato orientale: ci sono alcuni prodotti particolarmente appetibili e altri molto meno. Le aziende di scarpe, per esempio, hanno scoperto che i cinesi hanno un piede di tipo diverso rispetto agli europei. Ma serve una conoscenza del mercato e dei gusti dei consumatori per tarare l’offerta”. Ma la strategia del colosso asiatico è molto più ampia: punta anche al sostegno dei cinesi in giro per il mondo. “Su Alibaba - spiega Cipriani Foresio - l’unico sistema abilitato a fare transazioni sulle nostre piattaforme attraverso una app che permette un pagamento diretto e garantito. In Italia abbiamo appena raggiunto l’accordo con Unicredit che ci ha permesso di siglare più di 2 mila contratti con esercenti che accetteranno pagamenti con Alipay. Questo sarà un grande supporto al turismo cinese in Italia e un acceleratore di spesa considerato che il sistema di pagamento permetterà di aggirare l’ostacolo del tetto del contante”. L’altra barriera per l’export delle piccole e medie imprese in Cina è la scelta di un partner per produrre o commercializzare. “A questo scopo è nata Alibaba.com, la piattaforma dedicata al business. È una vetrina per prodotti e per cercare partner affidabili particolarmente usata da filiere che hanno intenzione di spandersi in Asia. Sul mercato cinese di ecommerce non possono debuttare aziende senza esperienza di commercio digitale, senza contare che il sito va realizzato in cinese. Ma per chi sa guidare il processo i risultati possono essere strabilianti. Un esempio? Al debutto di Alfa Romeo sul sito sono state vendute 350 modelli Giulia Milano in 33 secondi”. A tentare la stessa via è il mondo del vino italiano che vende il 5% in Cina (in un mercato che vale 2 miliardi di euro) e adesso per crescere punta sull’ecommerce visto che (a differenza dei francesi) non ha il supporto della grande distribuzione.

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