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Corriere Della Sera

La seconda vita dell’ex arbitro - enologo: “Il mio Verdicchio assomiglia a Mancini” … Il mio Verdicchio è come Roberto Mancini. Lo guardavo giocare, elegante e sorprendente. Sempre concreto, come tutti i marchigiani. Il mio vino è così, niente lustrini, va dritto. E non stanca mai”.
Daniele Tombolini, 56 anni, è l’arbitro dai riccioli bianchi che per 13 anni ha fischiato, espulso e ammonito calciatori in 151 partite di serie A. “Hai bevuto troppo”, gli urlavano dagli spalti per contestarlo e prendere in giro il suo diploma da enologo. Ora ha rispolverato quel diploma: non arbitra più, produce vino. E ride pensando agli sfottò negli stadi. “Errori? Certo che ne ho fatti. Ma imparziali, qualche torto a tutti. Senza accanimenti”. Dopo esser stato sotto i riflettori dell’Italia pallonara, si è messo in mostra come moviolista e opinionista alla “Domenica sportiva” e in “Quelli che il calcio”. Ora firma le sue etichette “Daniele Tombolini enologo” e gioca a nascondino con la sua seconda vita. Abita a Filottrano, paesino in provincia di Ancona, in una casa rurale. Sulla facciata ha costruito una meridiana. “Coltivo un orto sinergico e restauro mobili”. Le sue giornate potrebbero avere come sottofondo una frase di Leopardi recitata da Germano nel film “Il giovane favoloso”: “Io non ho bisogno di stima, di gloria o di altre cose simili. Io ho bisogno di amore, di entusiasmo, di fuoco”. “Più che una seconda vita - racconta Tombolini - questa è il ritorno alla prima. Nonno e papà erano liquoristi, vendevano Vermouth e Marsala. Noi siamo sette figli. La famiglia ha deciso che dovevo diventare enologo e così è stato. Con la crisi dei consumi, gli affari sono diminuiti. Intanto prendeva quota la mia attività di arbitro. Ho lasciato perdere il Vermouth e indossato la giacchetta nera. A 45 anni, come vuole lo statuto, ho finito la carriera. E sono tornato enologo, senza apparire troppo. Perché, da volto della Rai, non potevo sfruttare la visibilità per lanciare il mio marchio. Ora dedico al vino (e alla famiglia) l’80% del mio tempo”. Al fianco del Tombolini enologo ci sono i fratelli Ottavio e Giuliano Piersanti. “Amici d’infanzia - svela - mio nonno Sante e quello loro, Giovanni, fondarono nel 1955 a San Paolo di Jesi una società spumantistica”. I vini? Con il nome 101 per cento, Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore e Rosso Conero Doc. “Solo questi, non mi piacciono i menù invadenti”. Cesare Lorenzetti vende le 30-35 mila bottiglie l’anno. La vigna si trova a Cupramontana. “Nel sito di Cupra, l’antica dea della fertilità”, dice, orgoglioso, Tombolini. “Sono 18 ettari, con tre diversi terreni: calcareo, organico e ferroso. Qui nasce il Verdicchio: 101 per cento perché usiamo solo queste uve, in disaccordo con il disciplinare più permissivo. Un vino non semplice, strutturato, va bene con pesce o carne, in enoteca si trova al di sotto dei 9 euro. Punto molto sul Verdicchio, è il bianco italiano più premiato, si è saputo trasformare aumentando la qualità. È trainante”. Il Rosso Conero Doc viene da Candia. “Montepulciano in purezza, acquistiamo le uve. Passaggio in barriques e due anni di affinamento”.
“Finora sono stato dietro le quinte come vignaiolo, ma ora sono pronto a scendere in campo”, dice Tombolini, unendo linguaggio sportiva e passione enologica. Il suo sogno? Far vincere lo scudetto, come fece per due volte Mancini, ai suoi Verdicchio e Rosso Conero.

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