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Corriereconomia / Corriere Della Sera

Il made in Italy che vince? Ha i piedi piantati per terra ... Forse aveva ragione
Dwight Eisenhower
quando sosteneva che
“l’agricoltura sembra
molto semplice quando il tuo
aratro è una matita e sei a un
migliaio di miglia dal campo di
grano”. Oggi è facile fare
proiezioni e previsioni sul ruolo
cardine dell’agricoltura nel
mondo che verrà: si prevede
che l’incremento demografico
su scala globale, la crescita del
potere di acquisto di paesi popolosi
come Cina e India e il
passaggio da un’economia basata
sui combustibili fossili ad
altre forme energetiche eserciteranno
una pressione sempre
maggiore sui terreni agricoli.
Secondo una stima della
Commissione europea, nel
2050 la domanda di prodotti
agricoli crescerà del 700/. mettendo
sotto pressione i sistemi
ambientali e agro-alimentari,
amplificando il pericolo della
scarsità di cibo.
Questo farà aumentare il
“peso specifico globale” del
mondo agricolo: chi avrà in
mano acqua e cibo controllerà
una fetta considerevole di potere planetario? In realtà
l’equazione non è così semplice.
“Le grandi potenze mondiali
si stanno attrezzando da
anni per questo scenario -
spiega Pier Luigi Romiti, direttore
di Fedagri-Confcooperative
- . Lo stesso stanno facendo
le multinazionali agricole,
ma dubito che ci possano essere
super potenze in grado di
controllare i flussi del cibo secondo
uno schema che possa
replicare ciò che accade oggi
per esempio per il petrolio. Le
colture speciali continueranno
a esserci e a rivolgersi a un
pubblico sempre più selezionato
”.
I ina prospettiva che potrebbe
favorire proprio la peculiarità
delle nostre colture. “E innegabile
che l’Italia non potrà
mai svolgere un ruolo di primo
piano nel campo delle commodities
come cereali, soia, mais
o riso - continua Romiti -.
In compenso le nostre colture
hanno grandi potenzialità tra i
prodotti nella fascia di lusso.
Del resto non è un segreto che
l’agroalimentare italiano è tino
dei settori che ha conservato
meglio la redditività durante
la crisi ”. Basta dare un’occhiata
al mercato della terra agricola
per capire che proprio le
aree di coltivazione vocale e di
alto valore sono quelle che
stanno crescendo di più negli
ultimi anni. Ad esempio i terreni
vitati hanno fatto registrare
un incremento doppio rispetto
all’inflazione. Complessivamente
il prezzo medio della
terra rimane su livelli
abbastanza elevati (circa 20 mila euro per ettaro) ma è nelle
regioni settentrionali che i
valori nelle zone più vocate di
pianura e di collina difficilmente
scendono sotto ai 30-
40 mila euro per ettaro. Ai vertici
i terreni trentini destinati
alla coltivazione di mele e
quelli che ospitano vigneti
pregiati come Montalcino in
Toscana o le Langhe in Piemonte.
Il mercato fondiario
del Friuli-Venezia Giulia, per
esempio, ha conosciuto un’impennata
quando la richiesta di
terreni da destinare a nuovi
impianti di vigneti per la produzione
del Prosecco è risultata
superiore all’offerta. Lo scorso anno l’export dell’agroalimentare
ha toccato
quota 33,4 miliardi con un incremento del 4,8% rispetto al
2012. Una crescita che ha spinto
gli agricoltori più dinamici a
cercare di ampliare i pos,edimenti
e questo ha fatto lievitare
i prezzi. Altro aspetto determinante
è rappresentato dalla
diminuzione dei fondi coltivabili.
L’Italia sta perdendo terreni
agricoli in un trend negativo
continuo. Secondo l’Istat,
dagli anni 70 del secolo scorso
ad oggi l’Italia ha perso una
superficie agricola pari a Liguria,
Lombardia ed Emilia Romagna
messe insieme. Le molteplici
variabili che incidono
sulla perdita di superficie agricola
possono essere ricondotte
a due macro-fenomeni: l’abbandono
dei terreni da parte
degli agricoltori e l’avanzamento
delle aree edificate. La
costante perdita di terreno
agricolo induce l’Italia a dipendere
sempre più dall’estero
per l’approvvigionamento di
risorse alimentari.
“Da una stima effettuata
l’anno scorso - spiega Andrea
Olivero, viceministro del
ministero delle Politiche agricole
- l’Italia produce circa
l’80-85% delle risorse alimentari
necessarie a coprire il fabbisogno
dei propri abitanti. È
indubbio che la sottrazione di
suolo agricolo, connessa all’incremento
di popolazione, determina
in primo luogo una dipendenza
del nostro paese dai
mercati esteri, sottoponendoci,
così, alle fluttuazione dei
prezzi internazionali; questo è
particolarmente vero in alcune
produzioni dove siamo deficitari,
come nel caso del frumento
ma vi sono molte altre implicazioni dietro al consumo di
suolo: basti pensare, che la
competizione non favorisce la
mobilità fondiaria per l’agricoltura
e di conseguenza blocca
la stessa competitività delle
aziende”. Come arginare il fenomeno?
“Il Ministero -
prosegue Olivero - sostiene
fortemente ogni forma di tutela
agricola perché la politica di
contenimento nel consumo del
suolo genera benefici, non solo
di carattere ambientale e di sicurezza
alimentare, ma tutela
un chiaro vantaggio competitivo
legato alla qualità, alla tipicità
delle produzioni, nonché
alla pluralità ed alla forte caratterizzazione
del nostro paesaggio
rurale. Ma regolare la
competizione nell’uso dei suoli,
visti gli interessi e le competenze
istituzionali in gioco,
non sarà semplice”. Sì. Aveva
proprio ragione Eisenhower.

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