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Corriereconomia / Corriere Della Sera

Manifestazioni ... Il buon vino, fa buon sangue (agli affari) ... In crescita anche il mercato domestico. Export a quota 5,1 miliardi. Più cooperazione e più competizione per vincere ... Gli italiani sono tornati ad alzare il gomito. Ma solo per bere qualche buon bicchiere cli vino. E questo il dato più rilevante emerso dall’indagine realizzata dall’Osservatorio Vinitaly con trenta la tra le più importanti realtà enologiche italiane, misurate per storia, volume d’affari e brand (al punto da rappresentare complessivamente un fatturato da 2 miliardi di euro).
La ricerca infatti evidenzia che per l’80% delle cantine interpellate il mercato italiano è tornato a muoversi nel 2014 facendo registrare un incremento del 5,5% rispetto all’anno prima. Un segnale importante che si aggiunge agli ottimi (tradizionali) risultati dell’export che quest’anno ha toccato quota 5,1 miliardi (anche se in crescita di meno dell’1% rispetto al 2013) senza conoscere particolari flessioni negli ultimi cinque anni. Malgrado tutto, però, il movimento enologico italiano non può certo abbassare la guardia, anzi bisogna trovare strumenti più efficaci per una sfida sempre più globale.
“La svolta per il futuro del settore vino italiano si chiama coopetition - avverte Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere -. Cooperazione e competizione, infatti, sono oggi le chinvi strategiche per superare i due punti critici del nostro sistema produttivo e di promozione: frammentazione e dispersione”. L’Italia è oggi il primo paese esportatore di vino nel mondo per quantità e il secondo per valore. Negli Stati Uniti e in Germania la produzione tricolore primeggia in entrambe le classifiche, in Gran Bretagna per volumi. Il tutto però senza dimenticare che, per quantità e valore, il vino italiano che finisce nel mercato interno vale la metà del totale prodotto. Un’ulteriore conferma dell’importanza strategica dell’area domestica che però vede addensarsi qualche nube all’orizzonte a causa della legislazione europea sui diritti di impianto che, dal 2016, saranno modificati con il sistema delle autorizzazioni. “Negli ultimi 10 anni l’Italia ha perso 10mila ettari di vigneto all’anno - ha detto Domenico Zonin, presidente di Unione Italiana Vini -. E le prospettive derivanti dalla nuova regolamentazione che entrerà in vigore nel 2016, se non sarà cambiata in chiave più flessibile, ci proiettano verso una ulteriore perdita stimata in 6 mila ettari, all’anno. Come Unione ci auguriamo almeno che ci sia una gestione centralizzata delle autorizzazioni all’impianto di nuove viti. In questa situazione l’esportazione, Ue e soprattutto extra Ue, diventa una strada obbligata per la tenuta delle aziende italiane del vino”. Se il business del vino italiano deve camminare sulle due gambe (export e mercato interno) non potrà fare a meno del sostegno di eventi strategici come il Vinitaly, diventato uno degli appuntamenti imperdibili per qualsiasi produttore italiano e straniero. “Il contatto con i mercati - spiega Mantovani - è fondamentale per capire le tendenze e dare alle le informazioni e i servizi di cui hanno veramente bisogno e per scegliere con cognizione di causa dove potenziare di anno in anno gli sforzi da fare”.
L’arrivo di buyer stranieri è un volano che può contribuire a far crescere la presenza dei produttori italiani all’estero. Proprio alla conferenza stampa di presentazione del Vinitaly il ministro dell’agricoltura Martina ha spiegato che, nelle intenzioni del governo, le vendite dei nostri vini sui mercati dovrebbe aumentare del 50% entro il 2020, quindi passare dagli attuali 5 a 10 miliardi di euro.
Un obiettivo ambizioso che pone Cina e Stati Uniti come priorità. Quello cinese è un mercato enorme in piena espansione ma in cui i vini italiani sono ancora marginali. E quello degli Stati Uniti è il mercato maturo più competente e con maggiore potere di spesa Insieme potrebbero davvero riempire il calice del vino italiano.

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