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Corriereconomia / Corriere Della Sera

Vino. I cinque signori delle cantine ... Quella del vino “è un’industria senza tetto, con l’incognita del clima è la poesia dell’imprevisto”. Riccardo Cotarella, presidente italiano e internazionale degli enologi è proprietario dell’azienda Falesco, è tra i pochi “senatori” del frammentato mondo del vino italiano. Quelli influenzano mercato e consumi. Sua l’idea di vini senza solfiti con una terza via blairiana, tra il “socialismo” ambientale dei vini naturali e il “capitalismo” delle produzioni intensive. “Solo con la scienza si progredisce, non con il semplice rispetto della tradizione”, spiega. Ha fondato il Wine Research Time, raccogliendo 37 aziende, con produttori dalle idee contrastanti sulla terza via in versione politica, ma non nella declinazione enologica. Come l’ex premier Massialio D’Alema (Le Madeleine, in Umbria) e il giornalista Bruno Vespa (Futura 14, in Puglia). Nella squadra grandi gruppi come UnipolSai attraverso le Tenute del Cerro, avamposti del Prosecco come VìllaSancli di Giancarlo Moretti Polegato, una delle più grandi coop agricole d’Italia, La Guardiense e pezzi di storia come i Coppo di Canelli, con le cantine chiamate cattedrali sotterranee.
“Dal vini senza solfiti - racconta Cotarella - abbiamo esteso il progetto a tutto quello che si fa in vigna e sull’uva. Ci dedichiamo alla sostenibilità ambientale, ma anche economica”. Questa settimana il gruppo, formato da climatologi, biologi, scienziati anche francesi e tedeschi, oltre che dai vignaioli, si troverà in Umbria per decidere i nuovi piani. Una capacità di fare gruppo che ha convinto Wine Advocate a definire Cotarella “uno dei personaggi del vino più influenti al mondo”. Nell’anno appena chiuso Wine Spectator ha invece reso omaggio, dedicandogli la copertina, all’ “innovatore del vino”, il marchese Piero Antinori, che si occupa, come i suoi avi da 26 generazioni, di 15 tenute in Italia e 7 all’estero, il più grande gruppo europeo con terreni ad alta vocazione vinicola. Sua l’idea di risollevare l’immagine all’epoca opaca del Chianti Classico con il primo vino italiano frutto di un progetto a tavolino, il Tignanello: era il 1970, Antinori aveva da poco messo da parte il sogno cli diventare aviatore dedicandosi all’azienda con base a Firenze. “E stata la pietra miliare della rivoluzione del vino italiano - sostiene - da quel momento si è passati dalla quantità alla qualità”. Migliaia di piccoli e grandi vignaioli l’hanno seguito. Ha 76 anni, ma continua a stupire. Come con la costruzione. Ne è convinto anche Angelo Gaia che, dopo anni, ha aperto al pubblico la sua cantina (con prenotazione e versamento di una quota destinata in beneficenza). Gaja è la coscienza critica del vino italiano. E stato il patriarca delle Langhe, lanciando il Barbaresco in tutto il mondo. Anche se per vezzo si definisce un contadino, tiene conferenze in inglese ovunque gli chiedano dispiega- rei destini del settore. E ascoltato come una sorta di guru, può parlare di clima o della situazione del mercato in Asia oppure della cisgenesi, “tecnica genetica per salvare le nostre vigne attaccate dal caldo, dai parassiti”: qualunque argomento tocchi, spesso con lettere inviate ai siti specializzati, in Italia parte il dibattito.
Matteo Lunelli, alla guida delle Cantine Ferrari e del Gruppo Lunelli (con i cugini Alessandro, Camilla e Marcello), è il più giovane nel gruppo dei 5 produttori che influenzano il mercato. Un quarantenne che ha subito capito che l’impero delle bollicine andava allargato e diversificato. Per questo, meno di due anni fa, ha acquistato il 50% delle quote di Bisol, protagonista del successo planetario del Prosecco. Ha mostrato con questa operazione che per un settore, come quello del vino italiano che esporta per 5,4 miliardi su un totale di 14 miliardi di fatturato, è essenziale rafforzarsi ed occupare nuovi mercati. Non solo con le bottiglie, come quelle con l’etichetta Ferrari, amate da Hollywood e da artisti come Andy Wharol. quanto all’export, Sandro Boscaini, Mister Amarone, ha già conquistato il conquistabile, esporta il 90 per cento dei 12 milioni di bottiglie che produce. Per crescere ancora, nel giugno scorso, si è quotato in Borsa. E stato il primo vignaiolo italiano a farlo, una quotazione nel segmento Ah, mettendo sul mercato il 20 per cento delle azioni. Una scelta coraggiosa che traccia una via da seguire per le medie imprese del vino italiano. Nella fase di collocamento Ma si ha raccolto poco meno di 30 milioni di euro da investitori istituzionali. Così potrà avere i mezzi per produrre in modo sempre migliore l’Amarone. Per renderlo, come vuole Boscaini, “un vino moderno dal cuore antico”.

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