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D / La Repubblica

Happy food ...L’Asia, a sorpresa ... India e Cina scoprono la vite. Con risultati (a volte) apprezzabili ...

Il 2 luglio del 2011 l’India è diventata il 45esimo Stato dell’OIV (Organisation lnternational de la Vigne et du Vin), istituzione globale che sta all’enologia come l’ONU alla politica. Ufficialità a parte, il vino nel Subcontinente è diventato di recente uno dei simboli della raffinatezza dì gusti. I consumi crescono vorticosi (20% all’anno) e c’è chi, come Rajeev Samant, ha voltato le spalle alla Silicon Valley e a una brillante carriera di manager dell’alta finanza, e se ne e tornato a casa per riconvertire in vigneto la terra di proprietà della famiglia, coltivazione di manghi. Oggi Samant è considerato il piu illustre rappresentante dell’enologia indiana, non solo produttore ma anche uno dei principali esportatori con i suoi Sula Wines: sull’organizzatissimo sito www.sulawines.com basta andare alla voce “shop” per trovare la lista dei distributori nel mondo, Europa compresa. Da provare il Sola Brut. un blanc de blancs. La cantina Sula Vineyards si trova nello stato del Maharashtra, a forte quanto recente vocazione vinicola (solo negli ultimi quattro anni sono nate una trentina di aziende), e comincia a essere apprezzata anche in Europa. In Inghilterra quei templi del food & wine di lusso che sono i negozi di Waitrose hanno onorato gli ex sudditi inserendo in scaffale due etichette: il Rito Viognier. un bianco e il rosso Zampa, un syrah fruttato (acquistabili anche dall’Italia sull’e-shop www.waitrosewine.com). “Nello scenario dell’Estremo Oriente, l’India è il paese più interessante”, conferma il wine maker Roberto Cipresso (www.robertocipresso.it). “Vini complessi e intriganti, da provare perché hanno un che di originale”. Promossi, secondo l’esperto. Mentre la Cina, di cui solo ultimamente si comincia a parlare in relazione alla produzione di vini (la cantina più innovativa è Grace Vineyards a sud di Pechino, www.gracevineyards.com), “e ancora nella primissima fase dell’ingenuità”, commenta Cipresso. “La raffinatezza del palato procede dal dolce al salato, poi verso l’acido e l’amaro: i vini cinesi sono solo allo stadio iniziale, semplicioni e floreali, non performanti”. Bocciati, da provare solo per curiosità, E bocciati anche quelli made in Japan, “paese che ci prova ma ancora non ce la fa Colpa della qualità della luce e delle condizioni climatiche: troppo umido”. (Online si trovano sul sito inglese di Selfridges, www.selfridges.com). Asia e vino possono trovare comunque incontri inediti, “Siamo in epoca di percorsi possibili e contaminazioni”, conclude Cipresso. “Personalmente vedo il sushi perfetto con vini acidi da zone montane, come il riesling, mentre un curry indiano molto speziato può trovare sulla sua strada ori amarone, ricco sì, ma con un residuo zuccherino”.

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