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DLui - La Repubblica

Un vino da Startupper … Giovani, appassionati e coraggiosi: dal nord al sud Italia, la cultura del bere crea nuovi eno-imprenditori. Che rispettano il territorio e le sue tradizioni…“Quando abbiamo iniziato, 17 vendemmie fa, è stato semplice. Pochi tra i nostri coetanei volevano prendersi cura dei vigneti, e di Valtellina non si chiacchierava come adesso. Ma quei terrazzamenti raccontano mille anni di storia contadina e noi, a 23, ci trovavamo a lavorare piante di Nebbiolo centenarie”, racconta Davide Fasolini, che con il socio Pierpaolo di Franco ha fondato nei primi anni Duemila l’azienda Dirupi, cantina a Ponte In Valtellina (Sondrio) con vigneti in tutta la valle. Hanno entrambi meno di quarant’anni e sono tornati a casa dopo gli studi di Enologia a Milano. “Le nostre famiglie non sono di estrazione contadina, ma anche noi abbiamo una “storia”: tanti anziani ci hanno affidato i loro vigneti, impegnativi da lavorare”, racconta Davide Fasolini. “Abbiamo raccolto il loro testimone”. L’avventura di Dirupi presenta tratti comuni a quella di tanti giovani vignaioli under 40: agricoltura contadina, dimensione contenuta, volontà di valorizzare territori poco riconosciuti o riscoprire vitigni minori. Colture di qualità e poco invasive sono elementi chiave, oltre all’essere “vignaioli di prima generazione”. Come Alberto Oggero (classe 1985), che fa vino dal 2009 a Santo Stefano Roero (Cuneo). Insieme a due amici, Luca Faccenda ed Enrico Cauda (l’unico dei tre over 40), ha messo in piedi anche un’associazione, Solo Roero, per raccontare al mondo che lungo il fiume Tanaro non ci sono solo le Langhe. La passione gliel’ha trasmessa il nonno Sandro, a cui è dedicata un’etichetta esemplare, Sandro D’Pindeta, un nebbiolo succoso d’annata. Il suo amico Luca Faccenda e titolare con la moglie Carolina Roggero di Valfaccenda, a Canale (Cuneo). Dopo 10 vendemmie, i loro vini si sono imposti come eleganti, artigiani, sartoriali. Faccenda nel 2017 è stato anche premiato come miglior enologo italiano sotto i 35 anni. Dal 2018 Luca e Carolina hanno fatto una scelta radicale: sulle loro etichette c’è scritto solo Roero, sta a chi prende in mano la bottiglia capire se si tratta di un rosso (a base Nebbiolo) o di un bianco (da uve Arneis). Se Faccenda e Oggero sono nati in Roero, per i quattro ragazzi di Cascina Barbàn, invece, la val Borbera è stata una scelta. È nel 2010 che Maurizio Carucci e Martina Panarese sono arrivati in questa zona in provincia di Alessandria, seguiti nel 2015 da Pietro Ravazzolo e Maria Luz Principe. La Cascina Barbàn è a Cantine di Figino, nel comune di Albera Ligure, ed è stata inaugurata con la vendemmia del 2019. “Facciamo vino dal 2012, ma siamo usciti con le prime etichette nel 2018”, racconta Carucci, vignaiolo e cantautore della band Ex-Otago. I quattro del collettivo Barbàn hanno piantato vigne nuove di Timorasso, ma la cura maggiore la dedicano al recupero di una vecchia vigna, l’ultima storica della val Borbera. È una spremuta di una ventina di varietà diverse, da cui nasce il Barbàn etichetta che debutta nell’autunno 2020. Con il cemento in cantina i quattro di Cascina Barbàn (Maurizio è il più grande, 40 anni) hanno impastato anche un sogno che dal 26 ottobre diventerà una campagna di crowdfunding sulla piattaforma ideaginger.it. L’obiettivo: iscrivere nel registro della varietà piemontesi il Muetto, varietà scoperta nella vecchia vigna che ha saputo adattarsi perfettamente al clima dell’Appennino. Urban Plattner lavora invece sotto le Alpi. Il suo maso, Weingut In Der Eben, e all’imbocco della Val d’Isarco, Alto Adige. “Sono cresciuto nella nostra azienda agricola. Fin da piccolo ho aiutato mio padre e nel 2010, avevo 24 anni, lui ha lasciato a me la gestione della vigna”, racconta. Il vino che più lo rappresenta è la Schiava, “la varietà più tipica e legata al territorio”, ma anche la più misconosciuta. Anche Massimiliano Croci è subentrato al padre. A 40 anni, con 21 vendemmie alle spalle, questo vignaiolo di Castell’Arquato (Piacenza), è uno dei più straordinari interpreti della tradizione emiliana del vino rifermentato in bottiglia. “Mio padre mi prende in giro quando spedisco un pancale in Canada o negli Stati Uniti, perché lui il vino lo distribuiva nelle osterie di Piacenza e Cremona”. Ma non è cambiato il modo di fare il vino alla Tenuta Croci: niente prodotti chimici di sintesi. II Campedello è il vino figlio dell’uvaggio storico della Val d’Arda: Malvasia di Candia aromatica (60%), quindi Ortrugo e Trebbiano, e ancora Marsanne e Sauvignon, arrivati in Emilia con Napoleone. Sono partiti da zero invece i tre protagonisti del Progetto Sete: Arcangelo Galuppi, Emiliano Giorgi e Martina D’Alessio sono nati a Priverno (Latina) nel Basso Lazio. Nella valle dell’Amaseno, “da sempre l’agricoltura è legata al vino, ma di sussistenza”, spiega Emiliano. Recuperano le vigne dei nonni, la “generazione di chi oggi ha 80 o 90 anni, che coltivava la vite, l’orto, alberi da frutto. Abbiamo iniziato nel 2013. Gestiamo circa 4 ettari, in 12 particelle. Questo frazionamento garantisce anche un’importante biodiversità”. Progetto Sete valorizza l’Ottonese o il Moscato di Terracina, varietà pressoché scomparse dai radar delle enoteche. Anche Fabio de Beaumont ama sperimentare: “Fermo non so stare», racconta questo trentenne irpino, che a Castelvetere sul Galore, Avellino, cura le vigne di famiglia. Ha iniziato a vinificare realizzando una vecchia ricetta della nonna, quello dello cherry, un vino da uve Aglianico e Barbera aromatizzato con l’infusione di foglie d’amarena. Dalla nonna Fabio ha ereditato anche una vigna di Fiano e Coda di Volpe: dopo la vendemmia 2020 per la prima volta uscirà un bianco, che rifermenta naturalmente in bottiglia. Anche la campagna di Stefano Ientile è di famiglia: lui è cresciuto a Palermo e, dopo studi in Architettura, produce vino a Montevago (Agrigento), a due passi dai ruderi del borgo distrutto dal terremoto del 1968. La Chiusa era proprietà della madre. Ientile coltiva e vinifica senza l’uso di sostanze chimiche o additivi. Crede nel territorio e rivendica per il suo Catarratto la piccolissima denominazione di origine Santa Margherita di Belice. Perché la Sicilia è grande, ma i suoi vini raccontano di quel suolo e di quel cima.

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