Lo stato di salute dell’alta cucina, nelle sue forme più creative e innovative, è al centro di un dibattito sempre più acceso: il segmento dell'industria ristorativa da sempre avamposto di avanguardia è da ormai da troppo tempo in una fase di stasi, e la critica si domanda se i suoi protagonisti, ovvero gli chef più acclamati, non abbiano perso la capacità di rinnovarsi e guardare al futuro. In “Contro i cuochi” (Topic, 18,00 euro, 160 pagine), Nicola Perullo - filosofo, prolifico autore e rettore dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo - muove la sua accusa con l’intento di smuovere le coscienze, le menti e le mani dei fautori della cucina, in una disamina che altro non è che un atto d'amore per il settore stesso.
In un tono polemico e un formato proprio di un pamphlet, Perullo - una delle voci più autorevoli del settore enogastronomico del nostro Paese - combatte una certa deriva del settore. “Il titolo più corretto di questo saggio - scrive - potrebbe essere un altro. Qualcosa come: contro l’eccessiva e talvolta stucchevole deriva narcisistica e autoreferenziale che ha portato tanti chef a perdere di vista la cucina per concentrarsi su cosa? Forse su poco o su niente, illusoriamente scambiato per qualcosa di rilevante”.
“Contro i cuochi” rappresenta una sorta di seguito ideale di “La cucina è arte?” con cui Perullo offriva una risposta non convenzionale alla domanda, attraverso un articolato percorso tra estetica, storia, antropologia e gastronomia.
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