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Finanza & Mercati

Il vino cileno alza il gomito anche in Italia ... Quando Don Silvestre Ochagavia, nel lontano 1851, fece piantare nei suoi poderi di Talagante i vitigni francesi, sicuramente non immaginava di dare i natali a una redditizia industria nazionale. Certo, c’è voluto più di un secolo prima che i vini del Cile prendessero corpo e si diffondessero in tutto il mondo ma oggi il paese sudamericano è una vera potenza del settore. Con quasi 4 milioni di ettolitri di vino esportato ne 2003 il Cile è il quinto produttore al mondo e anno dopo anno risale la classifica internazionale capeggiata in Italia, Francia, Spagna e Australlia. L’exploit stupisce ancora di più se si considera che fino al 1980 il vino cileno era sottoposto a severe regole che limitavano la produzione. Poi la liberazzazione ha portato a una crescita esponenziale dell’export, che fino a dieci anni era di un solo milione di ettolitri. Il record è dell’anno scorso quando la crescita delle esportazioni ha raggiunto 3,94 milioni di ettolitri, ovvero un incremento del 13% rispetto al 2002. In termini monetari, fa notare l’Ismea, l’espansione del vino cileno è stata del 12%, per un incasso di 671 milioni di dollari. Chi apprezza di più i Cabernet e i Sauvignon fermentati all’ombra delle Ande? Gli inglesi sono i primi della lista, avendo importato 51,8 milioni di ettolitri nel 2003 (+11% rispetto all’anno precedente). Nel Regno Unito hanno speso 128 milioni di dollari, relegando al secondo posto gli Stati Uniti, che hanno importato 51,3 milioni di ettolitri per 124 milioni di spesa. Il successo del vino del Cile cresce in Danimarca (11,4 milioni di ettolitri), in Canada (11,2 e Germania (11,1). E anche in Italia, dove ne abbiamo bevuto 0,5 milioni di ettolitri, crescono gli ammiratori di bianchi e rossi cileni, che forse non sono chic come quelli francesi, ma ci somigliano tanto e costano meno.

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