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Gambero Rosso

Omologati - L'Editoriale di Daniele Cernilli ... Il grido di dolore può essere ascoltato in tutta Italia. Proviene da piccole schiere di consumatori appassionati, una cosiddetta "avanguardia" di persone, che s'interessano di vino in modo quasi professionale, con competenza e attenzione. Il senso del disagio è legato a una progressiva omologazione del gusto dei vini, che passa attraverso l'uso dei vitigni "internazionali", l'adozione di tecniche viticole e di vinificazione standardizzate, queste ultime ispirate dallo stile bordolese (cabernet/merlot + barriques + lieviti selezionati + eventuale osmosi inversa o concentrazione sottovuoto), utilizzo di famosi winemaker come consulenti.
C'è del vero in tutto questo ma ci sono anche molte ingenuità. Innanzi tutto, a mio avviso, se c'è una patria dell'omologazione questa non è certo l'Italia. Abbiamo centinaia di vitigni tradizionali, situazioni climatiche diversissime, colline ovunque. Per di più da noi la nuova generazione dei winemaker, quella dei Ferrini, dei Chioccioli, dei D'Attoma, parte da studi agronomici e non tradisce quella formazione fondamentale che vuole la viticoltura e il vigneto alla base della qualità delle uve e dei vini ottenuti. La capitale degli omologatori è forse Bordeaux, dove gli studi sulle tecnologie di cantina più "innovative" sono all'avanguardia, ma potrebbe essere anche Adelaide o Napa, a vostro piacere. Questo non deve indurci ad abbassare la guardia e ad accontentarci di subire un lento declino, anche se è molto difficile che degli interventi sulla stampa italiana possano invertire una tendenza planetaria, sostenuta, peraltro, nei fatti da grandi testate internazionali, come Wine Spectator, e da molti Master of Wine che considerano l'omologatissima Australia come una sorta di nuova Enotria del XXI secolo. D'altro canto non è di alcuna utilità fare la caricatura di winemaker che vengono dai più estremisti additati come dei veri untori. E soprattutto non considerare che il patrimonio viticolo che noi oggi abbiamo, alludo ai vitigni cosiddetti autoctoni, è in gran parte un'eredità di una viticoltura deteriore, quella che negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, privilegiava la quantità alla qualità, e selezionava in quel senso le sottovarietà di uve da piantare.
Così oggi ci troviamo ad avere vigneti dove è necessario fare la vendemmia verde, eliminando una parte dei grappoli, per avere concentrazione e qualità. Ma soprattutto dove la popolazione delle viti è disomogenea, selezionata per motivi sbagliati, inadatta, se non a patto di grandi difficoltà, a fornire risultati qualitativi adeguati. Questa è in massima parte la situazione odierna dei vitigni autoctoni, ed è un aspetto che tutti nel mondo vitivinicolo italiano dovrebbero conoscere. Per questo molti produttori hanno ascoltato le sirene dei merlot, dei cabernet o degli chardonnay: erano scelte quasi obbligate, se si voleva davvero competere con francesi, californiani e australiani. E per chiudere, citando una battuta di Giacomo Tachis, ricordiamoci che il sangiovese è grande, soprattutto se è aiutato ...

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