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Gambero Rosso

Il rinascimento enologico italiano: dal 1964 al 2002 ... Chi ha almeno mezzo secolo di vita ricorderà come la vendemmia del ’64 rappresentò un fatto eccezionale nell’allora semisconosciuto mondo del vino italiano. Tanta uva nelle vigne e una qualità inusuale per l’epoca. Molti vini, quasi tutti rossi, furono imbottigliati e parecchi sono ancora bevibilissimi oggi. Vini come i Brunello Riserva di Biondi Santi, di Barbi Colombini, di Col d’Orcia, del Poggione e del conte Emilio Costanti, come i Barolo di Oddero, di Fiorina, di Bartolo Mascarello, di Giacomo Conterno, come il Barbaresco di Giovanni Gaja, come gli Amarone di Bertani e di Bolla, come i Chianti Classico Brolio Riserva, Nozzole, Castello di Uzzano e Serristori. Era la prima volta che accadeva un fenomeno del genere nell’Italia del dopoguerra e questo fatto segnò una sorta di spartiacque fra il prima e il dopo ’64. Allora non si capì del tutto, ma stava nascendo una nuova era per il vino italiano. In quegli anni anche la comunicazione era davvero ai primordi e viveva quasi esclusivamente del lavoro immane e pressoché solitario di Luigi Veronelli, che aveva scritto per la Canesi editore il libro I Vini d’Italia e si apprestava a realizzare, qualche anno dopo, il monumentale e straordinario Catalogo Bolaffi del Vini d’Italia, la prima, formidabile e, per molti versi, ancora ineguagliata guida enologica del nostro paese. Pochi anni ancora e iniziava la commercializzazione del Sassicaia, aprendo l’era dei Supertuscans, a Montalcino nascevano decine di nuovi produttori, in Campania il Taurasi Riserva del Fondatore del ’68 di Mastroberardino faceva parlare dei vini del sud con una diversa considerazione. Il Gavi dei Gavi etichetta nera era il bianco che sorprendeva per modernità e valore qualitativo. Da allora è stato un susseguirsi di alti e bassi, ma il vino italiano di qualità aveva cominciato ad esistere e la massa critica era stata creata. ... abbiamo cercato di ricostruire tutto il percorso. Lo abbiamo fatto cercando di raccontare storie di uomini e di vigne, di vendemmie e di zone, senza avere la pretesa della completezza, ma dando il senso di un percorso che ha portato ormai i vigneti d’Italia sotto i riflettori della stampa internazionale. Come avvenne una trentina di anni fa per la moda italiana.

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