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Il Giornale

Scoglio nero, il gioiello del Giglio … L’isola del Giglio è una sentinella di ferro al largo della Toscana. Un luogo reso unico, oltreché dalla bellezza ruvida e selvaggia e dalle piacevoli spiagge, dall’ematite che ne compone il terreno e che fino a qualche decennio fa veniva estratta nelle miniere di cui si trova ancora traccia a Campese. Ed è proprio questo aspetto geologico, oltre alla vegetazione mediterranea, a caratterizzare il vino locale, un bianco sapido a base Ansonica. Al Giglio le vigne sono poche, l’isola è ripida e rocciosa, e i conigli voraci di uva. L’enologia qui non è un business ma una faccenda di ostinazione e coraggio: quelli che ha avuto Philippe Austruy, un imprenditore francese appassionato di vino e arte, titolare di numerose aziende vitivinicole nel mondo (tra esse Tenuta Casenuove nel cuore del Chianti Classico) quando nel 2019 è sbarcato sull’isola per acquistare un piccolo vigneto che, come tutti quelli al Giglio, si arrampica sulle colline quasi a strapiombo sul mare abbarbicato ai terrazzamenti ricamati di muretti a secco. Tra l’acquisizione iniziale e nuovi impianti a cui si sta lavorando, poco più di un ettaro. Qui nasce Scoglio Nero, un’Ansonica prodotta in meno di un migliaio di bottiglie che già per questioni aritmetiche si pone come un gioiello raro. Qualche giorno fa, gironzolando per l’isola, ho avuto la fortuna di assaggiare le sole due edizioni finora prodotte: i12019 del debutto e i12020 che si appresta ad affrontare la sfida del mercato. A curare sul campo il progetto è l’agronomo Alessandro Fonseca, innamorato di questo luogo, con i giovani enologi Cosimo Casini e Maria Sole Zoli. “Il nostro intento - mi dice Fonseca - è rispettare la tradizione e il luogo di provenienza, riportando nel calice quell'esplosione di profumi che pervade la nostra vigna”. E quindi la macchia mediterranea, la brezza marina, lo iodio, la camomilla, le note balsamiche che al momento si esprimono meglio nel 2019, anche se il 2020 promette bene. Entrambi sono eleganti, potenti, quasi tannici. Perché di bianco si tratta, sì, ma con premesse e promesse di buona longevità.

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