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Il Giornale / Style

Alcool & calligrammi ... Tre vini semplici, per un’estate “partigiana”... Sta arrivando “la grande estate delle cose umane”, per dirla con Louis Aragon-Leo Ferré. La stagione, insomma, dove si ama più intensamente (“dove si ama più intensamente l’amore perduto”, per dirla altresì con Restif de la Bretonne, cfr. “Sara, o l’ultima avventura di un uomo di quarantacinque anni”, che un editore generoso dovrebbe ripubblicare). Detto questo, col vino si impongono scelte difficili: bianchi della Mosella “alla Thomas Mann”, da bere sul Baltico indossando lino bianco, oppure vini naturali e partigiani, a volte biodinamici, universalmente provinciali, “alla Federigo Tozzi”? Tra questi ultimi ne abbiamo individuati tre. La prima annata di “Orosso”, sangiovese vinificato in purezza da Terre Filippini di Sovereto, nata due anni fa nello stesso angolo del Sassicaia e dell’Ornellaia. Colore tra il rubino dannunziano e il porpora degli antichi Papi, sa di violetta e frutti rossi. Il patron Alessandro Filippini (che produce pure un ottimo olio “per pane alla brace” e che dice sempre: “Abbiamo imbottigliato la verità, a voi raccontarla”) ha in serbo un’altra sfida: il “Ginevra”, nome gozzaniano per un vermentino toscanissimo. L’attendiamo. Poi c’è “L’estro” di Aurelio Del Bono (Casa Caterina di Monticelli Brusati), cui il nome rende piena giustizia: il primo bicchiere non è mai uguale all’ultimo. Niente chimica in vigna né in cantina, è un assemblaggio tra sauvignon blanc, viogner e marsanne, lasciati per un anno in botti di legno sui propri lieviti, poi tre mesi in vasca d’acciaio e un altro anno in bottiglia. Produzione massima, non regolare, di 1.200 bottiglie, con tappo ceralacca. Terzo “torbido”, biodinamico appuntamento: “Fontanasanta Nosiola”, fermentazione e macerazione di otto mesi in anfore di argilla e affinamento in botti di rovere e acacia. Prodotto da Elisabetta Foradori nei suoi vigneti delle Dolomiti, è una delicatissima spallata ai vini glamour, in direzione della poesia. Omerica, s’intende.

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